Gli specchi della coscienza di Tim Parchikov a Venezia

Alla Galleria 200C, l’installazione I’m not taking part in it trasforma il riflesso individuale in una chiamata etica condivisa

Alla Galleria 200C di Venezia, sull’isola della Giudecca, Tim Parchikov presenta I’m not taking part in it, un’installazione site-specific a cura di Olga Strada, visitabile dall’8 maggio al 20 settembre 2026 con opening il 7 maggio. In concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, il progetto si inserisce nel panorama veneziano come una riflessione incisiva sul ruolo dell’individuo all’interno della collettività. L’opera si compone di otto specchi attraversati da scritte al neon che, attraverso un sofisticato gioco di riflessi, coinvolgono direttamente lo spettatore. Il gesto quotidiano del guardarsi diventa così un atto carico di implicazioni etiche: osservare la propria immagine significa, per l’artista, riconoscersi come parte integrante del presente, al di là di ogni tentativo di distacco o neutralità.

Il lavoro si innesta su un sottotesto filosofico che richiama il concetto di “colpa metafisica” elaborato da Karl Jaspers, secondo cui la responsabilità emerge anche dall’inazione. Parchikov indaga proprio questa soglia critica: il momento in cui il mancato intervento di fronte alle ingiustizie trasforma l’individuo in complice. In questo senso, lo specchio diventa un dispositivo di consapevolezza, capace di rendere visibile il legame tra dimensione privata e responsabilità collettiva. L’estetica dell’artista, noto per una ricerca visiva caratterizzata da una tensione latente e da atmosfere sospese, si manifesta anche in questa installazione. Proveniente dalla fotografia e formatosi alla scuola di cinematografia di Mosca, Parchikov costruisce immagini e dispositivi che interrogano lo spettatore, ponendolo di fronte a domande scomode.

Già in lavori precedenti come Burning News o Mene, Mene, Tekel, Upharsin, l’artista aveva esplorato i meccanismi della percezione contemporanea e il rapporto tra informazione, potere e coscienza. Con I’m not taking part in it, questo percorso si traduce in un invito esplicito: abbandonare la zona di comfort e confrontarsi con la propria immagine come posizione etica nel mondo. In uno spazio in cui visione e responsabilità coincidono, lo spettatore è chiamato a riconoscere che non esiste una reale possibilità di sottrarsi alla realtà, ma solo diverse modalità di prenderne parte.

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