Il mercato dell’arte non è più occidentale. O forse sì

La trasformazione degli equilibri globali ridefinisce il centro del mercato in Oriente, ma il controllo del valore resta nelle mani delle istituzioni occidentali

Il mercato dell’arte non è più occidentale o almeno così sembrerebbe. In un’economia globale caratterizzata da conflitti e dalla riconfigurazione degli scenari geopolitici, anche l’arte segue il capitale. Infatti, l’apertura di nuovi centri nel Sud Globale, nel Golfo e in Asia sembra indicare una transizione da un ordine unipolare a uno multipolare.

Eppure, sotto questa geografia di decentramento, il sistema resta stabile: sono infatti le istituzioni culturali occidentali a guidare i flussi di valore sfruttando i mercati emergenti tramite la globalizzazione dei propri modelli di governance. Più che una rivoluzione del mercato si tratta di una  strategia di preservazione della centralità attraverso il radicamento nei nuovi centri di domanda. Una forma sofisticata di postcolonialismo artistico.  

Il 2026 diventa così esempio emblematico dello spostamento del baricentro globale. Dall’apertura del Guggenheim Abu Dhabi e del Centre Pompidou Hanwha a Seoul, all’inaugurazione della prima edizione di Frieze Abu Dhabi; si moltiplicano le installazioni delle grandi istituzioni occidentali in Oriente. Ma più che rappresentare una discontinuità, questi sviluppi consolidano e accelerano un processo di mercato già avviato dalla nascita di realtà come Art Basel Hong Kong e il Louvre Abu Dhabi,  che avevano già anticipato questa tendenza.

Nei periodi di trasformazione strutturale del mercato segnati da mutamenti geopolitici, l’arte tende storicamente a farsi portavoce di questi cambiamenti rappresentando il presente o mettendolo in discussione. Tuttavia, ridurre il ruolo dell’arte a una dimensione puramente simbolica significa trascurare le dinamiche economiche globali in cui opera. Quello dell’arte è infatti un mercato integrato a tutti gli effetti nel capitalismo globale, sistema all’interno del quale quest’ultima produce significato, mentre il suo mercato produce valore, riflettendo le trasformazioni e lo spostamento del suo baricentro. 

Secondo l’Art Basel e UBS Art Market Report 2026 questo spostamento non è dovuto da fattori culturali, bensì deriva da una trasformazione più ampia della geografia del capitale. Il report mostra infatti come nel 2025 Stati Uniti, Regno Unito e Cina rappresentavano il 76% delle vendite su scala globale con gli Stati Uniti al primo posto (44%), seguiti dal Regno Unito (18%) e infine la Cina (14%). Tuttavia, le loro quote combinate rappresentano la più bassa quota dell’ultimo decennio dimostrando come il mercato si stia diffondendo in nuovi poli regionali, in particolare verso mercati emergenti come l’Asia. 

Ma da cosa deriva l’acquisizione di peso negoziale di questi nuovi mercati? La risposta sta nella trasformazione degli equilibri economici globali e in particolare alla costituzione dei BRICS+ con l’obiettivo di riequilibrare il potere globale trainato dal G7. Il blocco dei BRICS+ oggi rappresenta il 35% del PIL mondiale, il 37% del commercio globale, il 40% della produzione petrolifera mondiale, il 47% della popolazione globale e coprono una superficie di 40 milioni di km2. Nel 2026, sotto la presidenza Indiana, l’alleanza rafforza la propria strategia di cooperazione con il Sud Globale con lo scopo di  promuovere modelli alternativi di governance a quelli occidentali e la de-dollarizzazione. 

Di conseguenza, quando la distribuzione della ricchezza cambia, cambia anche la geografia della domanda. È in questo passaggio che l’economia si incontra con l’arte: l’espansione delle economie emergenti comporta l’aumentano della classe dei collezionisti, infrastrutture, fiere e finanziamenti; soprattutto in un mercato come quello dell’Asia caratterizzato da tassazione competitiva, status di free port e rapidità delle movimentazioni. 

Eppure, questa ascesa non si traduce in un’autonomia del sistema orientale. L’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, ha saputo reagire alle nuove alleanze economiche anticipando la traiettoria del capitale, esportando strategicamente i propri dispositivi di legittimazione. Per questo, più che un semplice spostamento degli hub culturali dall’Occidente all’Oriente si sta assistendo alla lotta per la cattura del valore all’interno di questi stessi hub. Da un lato si radicano le grandi piattaforme occidentali, dall’altro nascono nuove strutture locali che cercano di costruire ecosistemi autonomi per de-influenzarsi dalla mediazione occidentale. 

Ne emerge una dinamica complessa di competizione tra sistemi all’interno degli stessi hub emergenti dove diversi modelli di governance, logiche di mercato e visioni del ruolo dell’arte si confrontano. In economia e in arte ha sempre dominato l’idea di un unico equilibrio e di un unico centro culturale ma è necessario iniziare a concepire un nuovo mercato dell’arte dove coesistono e competono  molteplicità di equilibri.