Nel cuore di Palazzo Falconieri, sede dell’Accademia d’Ungheria a Roma, prende forma un progetto espositivo che si sottrae alla linearità per costruire un percorso bifronte, dove linguaggi e sensibilità differenti convergono in una riflessione condivisa sulla condizione contemporanea. Dal 30 aprile al 4 giugno 2026, le mostre Melancholia Universalis di Botond Részegh, a cura di Zsolt Petrányi, e Come una diga di Giovanni Longo, accompagnata da un testo critico di Davide Silvioli, si articolano come due movimenti complementari di uno stesso discorso: da un lato l’individuo, fragile e sovraesposto; dall’altro la materia, capace di trattenere e trasformare il tempo.
La pittura e la grafica di Részegh si muovono entro una grammatica visiva essenziale, quasi ridotta all’osso. Figure delineate da contorni netti emergono su fondi monocromi, immerse in spazi rarefatti che sembrano sospendere ogni riferimento contestuale. È una scena mentale prima ancora che fisica, in cui l’individuo appare isolato, esposto a una tensione costante tra presenza e dissoluzione. La sua Melancholia Universalis non è un semplice sentimento, ma una condizione sistemica: riflette una società attraversata da sovraccarico informativo, distanza emotiva e progressiva disconnessione relazionale.


In queste immagini, la quotidianità si fa luogo di frizione. I titoli delle opere — Anatomia della guerra, Incantevole solitudine, Quotidianità impacchettata — agiscono come chiavi di accesso a una stratificazione simbolica che investe tanto il piano individuale quanto quello collettivo. La malinconia evocata da Részegh non indulge nella nostalgia né nella resa: si configura piuttosto come una lente critica, capace di restituire con lucidità le tensioni del presente e, al contempo, di suggerire nella relazione umana una possibile via di risignificazione.
Se Részegh lavora sulla sottrazione e sull’immagine come specchio dell’inquietudine contemporanea, Giovanni Longo sviluppa una ricerca che si radica nella materia e nei suoi processi di trasformazione. Come una diga si costruisce a partire da un gesto di raccolta e archiviazione: frammenti lignei, levigati dal tempo e trasportati dalle correnti del Mediterraneo, vengono sottratti al flusso naturale per essere ricomposti in nuove configurazioni formali. Non si tratta di un semplice riuso, ma di una vera e propria pratica di reinscrizione, in cui ogni elemento conserva tracce della propria origine pur entrando in un sistema altro.
Opera cardine del percorso è Like a Dam (form archive), una struttura metallica che accoglie e organizza materiali raccolti nell’arco di vent’anni. Qui l’atto classificatorio diventa visibile, trasformandosi in dispositivo estetico: l’archivio non è più solo metodo, ma forma. Attorno a questo nucleo si dispiega una costellazione di lavori — tra cui Short Story (calf) e You can’t fly away from your destiny — che interrogano il rapporto tra naturale e artificiale, tra reperto e costruzione. Il vuoto, lungi dall’essere assenza, si configura come elemento attivo, capace di mettere in relazione opera e spazio in una dinamica di reciproca permeabilità.



