Alla Unipol Tower il nero di Burri incontra la moda giapponese

Nello spazio milanese di Unipol il capolavoro "Nero con punti" di Alberto Burri entra in risonanza con le visioni radicali di Miyake, Yamamoto e Watanabe

Nel cuore verticale della Unipol Tower, Milano accoglie un dialogo nuovo: quello tra Alberto Burri e alcuni tra i più influenti designer giapponesi contemporanei. La mostra Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese, curata da Silvia Casagrande ed esposta fino al 5 maggio, costruisce con linguaggi diversi un campo di tensione in cui arte e moda si riconoscono come pratiche affini, entrambe impegnate a interrogare la materia, il corpo e il tempo.

Al centro del percorso espositivo si impone Nero con punti (1958), opera capitale di Burri, oggi parte del patrimonio artistico Unipol. La tela di iuta, segnata da una ferita centrale poi ricucita, si offre allo sguardo come un organismo vulnerabile e resistente insieme. Il gesto pittorico non si esaurisce nella superficie: la attraversa, la lacera, la ricompone. In questa drammaturgia della materia si inscrive una riflessione che appare oggi attuale, in un presente attraversato da conflitti e fratture geopolitiche. Il nero di Burri non è assenza, ma densità: un luogo in cui la memoria si stratifica e il trauma si fa forma.

Il progetto espositivo si inserisce in un percorso avviato nel 2019 con il restauro dell’opera, un intervento che già in sé conteneva una trama interculturale. La scelta di utilizzare il funori, una sostanza naturale estratta da alghe giapponesi e tradizionalmente impiegata in Oriente per il restauro di materiali porosi, introduce infatti un primo, sottile ponte tra Italia e Giappone. Un legame che la mostra sviluppa e amplifica, portando alla luce sorprendenti consonanze tra la ricerca burriana e le sperimentazioni della moda giapponese

Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Junya Watanabe — figure chiave di una rivoluzione estetica che dagli anni Ottanta ha ridefinito il lessico dell’abito — entrano in scena con creazioni che sfidano i codici occidentali della forma e della perfezione. I loro abiti neri, volutamente imperfetti, segnati da strappi e asimmetrie, furono inizialmente liquidati dalla critica come “stracci”. Eppure, proprio in questa apparente negazione della forma risiede una nuova grammatica del visibile: il tessuto diventa pelle, la lacerazione si fa segno, il difetto si trasforma in linguaggio.

Il confronto con Burri si rivela allora meno arbitrario di quanto possa sembrare. Come nelle combustioni e nei cretti dell’artista umbro, anche nella moda giapponese la materia è sottoposta a processi di trasformazione che ne mettono in evidenza la fragilità e la capacità di rigenerarsi. Il nero, in entrambe le pratiche, non è mai neutro: è uno spazio attivo, un dispositivo che rende visibile il vuoto e conferisce all’assenza una sorprendente eloquenza.

La mostra si configura così come un esercizio di pensiero visivo, capace di attraversare discipline e geografie senza perdere rigore. Le riflessioni di Silvia Casagrande trovano ulteriore sviluppo nel quaderno di studi curato da Ilaria Bignotti, che raccoglie gli esiti di un più ampio lavoro critico avviato negli anni precedenti. Ne emerge un’indagine corale sul nero, inteso come dispositivo simbolico e filosofico.

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