Alla Società delle Api Francis Offman dialoga con la collezione Fiorucci

Alla Società delle Api di Roma, Offman trasforma lo spazio espositivo in un organismo sensibile attivando un dialogo corale

Con Soglia / Common Acts, inaugurata negli spazi romani della Società delle Api, Francis Offman costruisce un dispositivo esperienziale che si sottrae alle logiche tradizionali dell’esposizione per articolarsi come ambiente poroso, attraversabile, intrinsecamente relazionale. Il progetto, nato dall’invito della collezionista Silvia Fiorucci, si configura come un atto di attivazione: non solo dello spazio, ma di una costellazione di presenze, materiali e gesti che trovano nel quotidiano il loro terreno comune.

Il titolo introduce immediatamente una duplicità semantica: la “soglia” come luogo liminale, di passaggio e trasformazione percettiva; i “common acts” come insieme di azioni condivise, minime ma tutt’altro che neutre, capaci di ridefinire il rapporto tra corpo e spazio. È proprio in questa intersezione che si innesta la ricerca di Offman, artista nato in Ruanda e formatosi tra geografie e memorie stratificate, la cui pratica si fonda su un uso fortemente evocativo dei materiali.

Fin dall’ingresso, lo spettatore è accolto da un elemento invisibile ma incisivo: l’aroma del caffè tostato. Non si tratta di una semplice suggestione sensoriale, bensì di un vettore politico e storico. Il caffè, materia ricorrente nel lavoro di Offman, si fa dispositivo narrativo capace di evocare economie globali, traiettorie coloniali, memorie intime. È una presenza che non si impone, ma insiste, sedimentandosi nell’esperienza percettiva e mentale del visitatore.

A questa dimensione olfattiva si affianca un intervento visivo altrettanto sottile: le pareti del piano superiore, trattate con una vernice contenente glitter, reagiscono alla luce in modo instabile, producendo micro-variazioni percettive che accompagnano il movimento dei corpi. Nulla è immediatamente evidente; tutto si rivela nel tempo, nello scarto tra uno sguardo e l’altro. L’architettura stessa diventa superficie sensibile, campo di oscillazione tra visibile e invisibile.

La mostra si costruisce così come una coreografia di gesti elementari: togliersi le scarpe, camminare, sostare, sedersi. Azioni che, nella loro apparente semplicità, ridefiniscono radicalmente il ruolo del pubblico. Al centro dello spazio, un arazzo disposto a terra sovverte la verticalità canonica dell’opera, trasformandosi in una superficie viva che registra il passaggio dei corpi. L’osservatore si fa partecipante, e ogni gesto diventa presa di posizione, rivelando come l’esperienza estetica sia sempre situata, parziale, attraversata da differenze.

In questo ecosistema, le opere della collezione Fiorucci dialogano con interventi di Offman e con lavori di artisti come Francis Alÿs, Vincenzo Agnetti, Chiara Camoni e Carla Accardi. Non si tratta di una semplice giustapposizione, ma di una tessitura coerente, in cui pratiche differenti convergono attorno a un’attenzione condivisa per la materia, il gesto e la dimensione quotidiana.

Fondamentale è anche il rifiuto di ogni gerarchia tra arte e design: due poltrone di Lina Bo Bardi convivono con un dipinto di Etel Adnan, dissolvendo i confini tra contemplazione e uso, tra opera e oggetto. È una scelta che riflette una più ampia visione dell’arte come spazio di ospitalità e convivialità, dove vivere e guardare coincidono, e dove l’esperienza estetica si intreccia con quella esistenziale.

In esposizione fino al 23 settembre, Soglia / Common Acts si presenta quindi come un sistema aperto, una piattaforma temporanea in cui materiali, corpi e storie coesistono in una tensione costante tra individuale e collettivo.

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