Sono diverse le iniziative che il MoMA PS1 ha intrapreso per il proprio cinquantesimo anniversario. Tra queste, la sesta edizione di Greater New York. Dal 16 aprile al 17 agosto 2026, la storica istituzione del Queens riattiva infatti uno dei suoi dispositivi più sensibili: una mostra che, con cadenza quinquennale, tenta di restituire lo stato dell’arte di una città che non smette di reinventarsi. Più che una semplice ricognizione, Greater New York si configura come una mappa in divenire tracciata attraverso le pratiche di oltre cinquanta artisti attivi nell’area metropolitana.

Per la prima volta, il progetto è stato concepito dall’intero team curatoriale del museo, segnando un passaggio significativo nella storia della collaborazione tra MoMA e PS1, avviata all’inizio degli anni Duemila. Come sottolinea Kari Rittenbach, questa edizione celebra non solo un anniversario istituzionale, ma anche la maturità di un dialogo curatoriale ormai consolidato. Ne risulta una mostra in cui è centrale la dimensione quasi artigianale del lavoro di squadra: una struttura relativamente contenuta che, proprio per questo, riesce a mobilitarsi con intensità progettuale su scala architettonica.
Il cuore della mostra risiede nelle molteplici traiettorie emerse durante un anno di visite negli studi disseminati nei cinque distretti della città. Ciò che affiora è una costellazione di pratiche che interrogano l’immagine in senso critico, spesso a partire dal linguaggio fotografico. Non si tratta, tuttavia, di un ritorno alla rappresentazione, quanto piuttosto di una decostruzione dei suoi dispositivi: l’immagine viene analizzata nei suoi processi tecnici, nei suoi codici di produzione e consumo, fino a sfuggire a una riconoscibilità immediata.

Accanto a questa tensione analitica si sviluppa una diffusa pratica del riuso: materiali di recupero, oggetti marginali o scarti vengono trasformati fino a perdere la loro identità originaria, generando nuove narrazioni materiche. È una poetica dell’obsolescenza che dialoga con un altro elemento ricorrente: la teatralità. Forme di ventriloquismo, messa in scena e finzione attraversano molte opere, trovando risonanza in un ecosistema digitale in cui identità e voce sono sempre più instabili.
Ne emerge un ritratto di New York lontano da ogni mitologia romantica. La città appare come un territorio attraversato da tensioni economiche e sociali, ma anche da reti di solidarietà, amicizie e scambi culturali che continuano a renderla fertile. In questa prospettiva, la dimensione globale dell’arte contemporanea non si manifesta attraverso grandi narrazioni astratte, bensì filtrata dall’esperienza quotidiana: molti artisti provengono dal Queens, con la sua identità profondamente cosmopolita, mentre altri hanno scelto New York come luogo di formazione o approdo.
La concomitanza con la Whitney Biennial e la futura New Museum Triennial amplifica il valore di questa edizione, creando una rara densità espositiva che invita a una lettura trasversale della scena artistica cittadina. Rittenbach auspica infatti che questa convergenza permetta di portare alla luce anche pratiche meno visibili: strategie concettuali, forme di satira sottile, approcci critici che sfuggono alle logiche più immediate del mercato e della spettacolarizzazione.



