New York e i giocosi enigmi di Alighiero Boetti

Magazzino Italian Art dedica una nuova mostra all'artista, esplorando dalle origini torinesi alle opere corali della maturità

Nel panorama delle istituzioni americane dedicate all’arte italiana, Magazzino Italian Art continua a distinguersi per la coerenza e l’ambizione del proprio programma espositivo. Dopo aver approfondito figure chiave come Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto, il museo di Cold Spring rivolge ora lo sguardo a uno dei protagonisti più complessi e sfaccettati dell’Arte Povera con Tutto Boetti 1966–1993, una mostra che si propone di attraversare quasi tre decenni di ricerca di Alighiero Boetti. Aperta al pubblico dal 26 aprile 2026, l’esposizione riunisce circa trenta opere, articolando un percorso che prende avvio dagli esordi torinesi dell’artista per giungere alle grandi produzioni della maturità. Il progetto si fonda su un nucleo significativo della collezione permanente del museo, arricchito da prestiti provenienti dagli eredi dell’artista e da importanti collezioni private, restituendo così una visione ampia e stratificata del suo lavoro.

Fin dalle prime sale emerge con chiarezza la radicalità delle opere del 1966, molte delle quali furono presentate nella storica personale del 1967 alla Galleria Christian Stein. In questi lavori, Boetti impiega materiali industriali e oggetti di uso comune per interrogare categorie fondamentali come misura, funzione e rappresentazione, anticipando alcune delle tensioni concettuali che attraverseranno tutta la sua produzione. È proprio in questa fase iniziale che si definiscono alcuni dei nuclei tematici più fertili della sua ricerca: l’interesse per i sistemi, la relazione tra ordine e variazione, e la possibilità di generare significato attraverso procedure semplici ma rigorose. Opere come Mazzo di tubi o Pavimento luminoso non si limitano a occupare lo spazio, ma lo ridefiniscono, mettendo in discussione i confini tra scultura, architettura e ambiente.

Nel passaggio agli anni Settanta, il percorso espositivo mette in evidenza un progressivo slittamento dalla dimensione oggettuale a quella processuale, segnando uno dei momenti più decisivi nella pratica di Boetti. È qui che emergono con forza i temi della delega e della moltiplicazione dell’autorialità, come dimostra emblematicamente Da mille a mille (1975), in cui l’esecuzione viene affidata ad assistenti chiamati a operare entro un sistema di regole aperte. L’opera diventa così il risultato di una tensione tra controllo e libertà, tra struttura e imprevedibilità, mettendo in crisi l’idea tradizionale dell’artista come unico artefice. Parallelamente, l’apertura verso contesti geografici e culturali altri, in particolare attraverso i lavori tessili realizzati in collaborazione con artigiane afghane, amplia ulteriormente il campo della ricerca, trasformando la pratica artistica in un dispositivo relazionale capace di intrecciare linguaggi, saperi e tradizioni differenti.

Articoli correlati