C’era una volta Venezia. La nuova visione vitrea di Guglielmo Maggini alla fornace Orsoni

In residenza alla fornace Orsoni a Venezia, Maggini ha esplorato i limiti del vetro, trasformando scarti di produzione e frammenti di memoria in una nuova narrazione plastica che unisce la storia passata del vetro a quella presente

Osservare il lavoro dei maestri vetrai significa assistere a una coreografia di gesti precisi, ripetuti e tramandati nel tempo. All’interno della storica fornace Orsoni, l’unica fornace in centro storico a Venezia che dal 1888 produce artigianalmente mosaici in smalto di vetro e foglia d’oro 24 carati dal 1888, la lavorazione del vetro è prima di tutto un sapere incarnato, un dialogo continuo tra materia e uomo.

È proprio in questo spazio di pratica e conoscenza che si è inserita la residenza di Guglielmo Maggini – artista da sempre interessato al confronto con il lavoro artigiano – realizzata tra il mese di marzo e aprile 2026 a seguito della vittoria del Talent Prize 2025. «Mi sono dovuto interfacciare – racconta l’artista – con una tradizione, con un luogo e con un fare artigiano molto preciso. Un approccio che nella mia pratica è sempre stato centrale».

Abituato a lavorare con ceramica e resina, Maggini si è confrontato per la prima volta con il vetro come asse portante della sua produzione. Un incontro complesso che, tuttavia, a termine della residenza, acquista il sapore di un raggiungimento: «La liquidità della materia – racconta l’artista – è sempre stata dentro la mia ricerca. In un certo senso il vetro, nella sua fase primordiale, plastica ed elastica, era già presente nelle mie opere in modo involontario». In questo contesto, il confronto con l’artigianato supera la semplice esecuzione tecnica per farsi indagine strutturale. «Mi interessa rileggere e interpretare la storia del fare artigiano – spiega l’artista – capire come la materia viene lavorata e quale rapporto si costruisce tra l’uomo e il materiale».

Il lavoro sviluppato alla fornace Orsoni nasce proprio da questa attenzione per i passaggi spesso invisibili del processo produttivo. «Ho lavorato sul frammento, sullo scarto, su quei momenti di lavoro che normalmente non vengono considerati ma in cui il materiale possiede già una sua forza espressiva».

Proprio da questa osservazione del processo di lavorazione del vetro e dal dialogo fondamentale con i maestri vetrai che nasce il nucleo del progetto di Guglielmo. In particolare, l’artista pone la sua attenzione su due momenti della lavorazione del vetro. Il primo è stato il momento in cui la materia incandescente viene estratta dal crogiolo e spostata da un punto all’altro della fornace, lasciando dietro di sé lunghe scie di vetro che si raffreddano e si frammentano. Tracce normalmente destinate a scomparire, che l’artista decide di raccogliere e conservare come testimonianze dei gesti della giornata di lavoro. Alcune di queste scie presentavano delle fratture e lì l’artista le ha ricomposte tramite la resina, evidenziando questo suo intervento di ricomposizione con frammenti di mosaico e foglia d’oro. «Mi piace pensare che in queste rotture nascesse già il mosaico. Ho usato la resina come una malta per riattaccare i pezzi e renderli flussi che portano il vetro verso la sua destinazione finale, quella del mosaico».

Accanto alla raccolta e conservazione delle scie, il secondo nucleo del lavoro di Maggini, le Gorgoni, si sviluppa a partire da una trasformazione più radicale, che coinvolge direttamente il momento in cui la materia viene domata dalla macchina. Durante la fase di laminazione, il vetro ancora caldo e duttile viene compresso e steso in lastre che successivamente verranno tagliate in tessere di mosaici: è proprio in questo passaggio che l’artista interviene, sottraendo la materia alla sua destinazione funzionale. Una volta estratte dalla laminatrice, Maggini manipola le lastre quando sono ancora malleabili, piegandole, deformandole e arricciandole fino a trasformarle in forme dinamiche, quasi organiche. Le superfici si increspano e si sollevano come petali in movimento, dando l’impressione di una materia che resiste ai processi di produzione e tenta di riappropriarsi di una propria autonomia formale. 

Pur non avendo mai vissuto a Venezia, per Maggini la residenza ha rappresentato un’occasione di immersione diretta nella città e nelle sue contraddizioni. Il confronto con la dimensione turistica di Venezia ha generato nell’artista una riflessione critica sul destino del vetro, sempre più ridotto a oggetto mercificato, distante dalla sua essenza e complessità materiale. «Uscire dalla fornace e ritrovarsi in una città dove il vetro è ovunque, venduto e replicato all’infinito, mi ha fatto provare un senso di dispiacere. Come se questo materiale fosse stato tradito». Di fronte alla sovraesposizione del vetro nel contesto veneziano, le opere sviluppate durante la residenza cercano una direzione opposta alla spettacolarità. Alcuni lavori assumono forme essenziali, quasi minimali, restituendo al vetro una dimensione di silenzio e sospensione. Le scie, le lastre piegate e i frammenti ricomposti – tra cui emergono anche elementi floreali recuperati da Maggini in bancarelle in città da vecchie produzioni muranesi – diventano così parti di un narrazione più ampia, in cui riaffiorano tracce di una storia che inizia con: “C’era una volta Venezia..”

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