Giovanni Gastel in mostra a Milano con un rewind della sua vita artistica

A Palazzo Citterio 250 scatti del fotografo milanese tra moda, pubblicità e sperimentazione artistica

Sarà visitabile fino al termine di luglio la mostra Giovanni Gastel. Rewind curata da Uberto Frigerio in collaborazione con l’Archivio Giovanni Gastel e l’Agenzia Guardans-Cambó presso Palazzo Citterio, nell’ambito del progetto “Grande Brera” che dal 2024 unisce la Pinacoteca di Brera, Palazzo Citterio e la Biblioteca Nazionale Braidense in un unico sistema culturale.

L’esposizione, ospitata al secondo piano dell’edificio, è dedicata al fotografo milanese Giovanni Gastel (1955-2021) e propone al pubblico circa 250 scatti, noti e inediti, da lui realizzati a partire dagli Ottanta e organizzati tematicamente per l’occasione, come suggerisce il titolo, in un grande rewind della sua produzione artistica divisa tra fotografia e poesia.

Il percorso esplora infatti i vari ambiti di interesse di Gastel, che spaziano dalla fotografia di moda a quella pubblicitaria, dallo still life al ritratto fotografico, passando per sperimentazioni più personali e artistiche del mezzo fotografico che lo portano a utilizzare creativamente Photoshop, individuando nella post-produzione introdotta dalla tecnologia fotografica digitale una prosecuzione del momento creativo dello scatto.

In mostra sono infatti presenti numerosi esemplari appartenenti a serie slegate dalla committenza, nelle quali Gastel è più libero di sperimentare con la fotografia artistica e con la sua manipolazione digitale, che viene intesa da lui come un’opportunità creativa più che come un rischio per la sua autenticità. Ecco, quindi, che ci troviamo di fronte a scatti appartenenti alle serie Flowers (2016-20) o Metamorfosi (2012), solo per citarne alcune, che fondono i corpi delle modelle, rispettivamente, con elementi floreali e tratti animali.

«Io ho vissuto due fotografie: la fotografia analogica e poi ho vissuto tutta la rivoluzione digitale», afferma a tal proposito Gastel in una intervista inclusa nel documentario a lui dedicato e posto a conclusione del percorso espositivo, costituito dal montaggio di alcuni firmati dell’Archivio Giovanni Gastel e dell’Archivio Giuseppe Biancofiore, scelti per l’occasione dal curatore della mostra.

Uno degli aspetti più interessanti della sua produzione, come evidenziato dagli scatti esposti a Palazzo Citterio, è proprio la sua capacità di impiegare tecniche diverse per ottenere effetti fotografici raffinati e sempre diversi, che lo hanno portato a essere uno dei fotografi più apprezzati a livello nazionale e internazionale, sancendo collaborazioni con alcune tra le riviste più note tra cui, VogueElleDonnaHarper’s Bazaar o Mondo uomo.

La parabola artistica di Gastel è infatti caratterizzata, come lui stesso ricorda, da una incessante ricerca creativa che lo porta a sperimentare con dispositivi diversi (dal banco ottico di impostazione ottocentesca alla fotografia digitale, passando per le Polaroid analogiche) e a ritoccare le fotografie non solo – come detto – con programmi di fotoritocco ma anche manualmente, come nel caso dei numerosi scatti intitolati Ricerca e realizzati tra il 1991 e il 2016 che, decorati con foglia oro applicata direttamente sopra le fotografie, si ispirano direttamente all’estetica delle icone ortodosse.

La vita del fotografo milanese si configura come un costante lavorio artistico, sempre in cerca di una perfezione che non arriva mai ma che lo porta a esplorare continuamente tutti i mezzi possibili per “scrivere con la luce”, come l’etimologia stessa della parola “fotografia” ci suggerisce, e per lasciare un segno, bloccare gli istanti della vita e disperderli come fossero dei “messaggi nella bottiglia” (una metafora che ritorna più volte lungo il percorso espositivo) che noi, osservatori del suo lavoro, siamo chiamati a riscoprire.

L’idea della fotografia come fermo immagine della vita ricorre anche nei suoi numerosi ritratti fotografici (da Barack Obama a Bianca Balti, da Germano Celant a Carlo Verdone), intesi da Gastel come la propria personale interpretazione del soggetto effigiato. Uno tra tutti, il ritratto della modella Winnie Harlow realizzato nel 2015 per il n. 278 della rivista Glamour. Due maschere, una nera e una bianca, troneggiano in equilibrio sopra il suo capo, enfatizzando la peculiarità della sua pelle: affetta da vitiligine, Harlow ha reso la sua condizione dermatologica il suo tratto distintivo e la sua forza, parlando pubblicamente delle discriminazioni ricevute a causa della depigmentazione della pelle da essa causata.

La fotografia di ritratto si intreccia anche con quella di moda e quella pubblicitaria, che evidenziano il gusto di Gastel per la natura morta, trattata con ironia ma sempre con grande attenzione per l’equilibrio compositivo e per i colori intensi e bilanciati. In Swarovski (1991), per esempio, un massiccio gioiello dorato con fili di perline rosse viene sovrapposto alla silhouette in controluce della modella, diventandone – con un effetto quasi surrealista – l’abito.

Il gusto per la messa in scena registica di Gastel (d’altronde, Luchino Visconti era suo zio per parte di madre, Ida Visconti di Modrone) traspare anche nelle fotografie pubblicitarie, come Cova. I riti milanesi e altre storie (2017), dove una fetta di panettone viene sagomata a imitazione della facciata del duomo di Milano, per reclamizzare la nota pasticceria meneghina.

Conclude il percorso, infine, una sorta di piccola “mostra nella mostra” dedicata al progetto incompiuto Madonne (2020) realizzato da Gastel in collaborazione con lo stylist Simone Guidarelli e costituito da una serie di fotografie che propongono una rielaborazione in chiave estetizzante e contemporanea della figura della Madonna. Modelle di diverse etnie vestono sontuosi e ultra-decorati abiti che si ispirano ora all’arte barocca o ai paramenti pontifici, ora alle madonne andine, in una estetica preziosa ma più artificiosa rispetto ai lavori precedenti di Gastel.

Questo rewind ideale dell’arte e della vita di Giovanni Gastel si conclude con un piccolo angolo dedicato al suo studio milanese, suo atelier e sua fucina dove studiava, progettava le sue opere e componeva le sue poesie, di cui in mostra sono presenti alcune edizioni.

Tra fotografie dello studio ed effetti personali, troviamo anche una piccola bacheca con alcuni biglietti lasciati dagli amici o scritti dallo stesso Gastel. Tra questi anche un foglietto recante una citazione di Richard Avedon, altro grande fotografo di moda, che ha saputo sintetizzare la sua visione di fotografia come incessante esigenza artistica ed esistenziale: «se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi».

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