In un tardo pomeriggio primaverile romano, Le Jardin dell’Hotel de Russie – a pochi passi da via del Babuino, Piazza del Popolo e Via Margutta, storico centro della scena artistica romana degli anni Sessanta e Settanta, che ha fatto da sfondo a una delle stagioni più vitali e sperimentali dell’arte italiana – si è popolato di un folto gruppo di persone, attirate dalla curiosità di ammirare da vicino una selezione inedita di capolavori. Un momento di convivialità e interesse, in cui la dimensione sociale si intreccia con le dinamiche del mercatoL’occasione è l’ultima tappa — dopo Torino e Milano — dell’Italian Tour di Thinking Italian nell’ambito della 20th/21st Century: Paris Evening Sale, il progetto di Christie’s che riunisce una selezione di opere destinate all’asta parigina del 15 aprile 2026, con ulteriori lotti inseriti nelle sessioni Art Contemporain del 16 aprile e Art Impressionniste & Moderne del 17 aprile, affiancate da lavori proposti in trattativa privata.
Una doppia modalità che restituisce una visione più ampia e articolata del mercato, tra dimensione pubblica e dinamiche più riservate. Thinking Italian è parte integrante dell’asta più ampia ed è focalizzata sull’arte italiana del dopoguerra e contemporanea.
Come ha raccontato Renato Pennisi, Specialista Senior Internazionale di Christie’s e responsabile dell’asta Thinking Italian, si tratta di ‘’una doppia visione del mercato”: da un lato l’asta, con la sua dimensione pubblica e competitiva, dall’altro la vendita privata, più riservata e costruita su tempi e interlocutori selezionati.
La selezione nasce da un lavoro capillare sulle collezioni private italiane, costruito nel tempo attraverso relazioni e conoscenze dirette del territorio. Il momento della preview si configura così non solo come occasione espositiva, ma come passaggio strategico all’interno della costruzione del valore delle opere.





Tra i lavori in catalogo spiccano due grandi opere di Mario Schifano, che arrivano a Roma in un momento in cui la città torna a confrontarsi con la sua produzione, anche alla luce della mostra retrospettiva in corso al Palazzo delle Esposizioni.
Artista tra i più rappresentativi della sua generazione, Schifano attraversa gli anni Sessanta muovendosi tra sperimentazione pittorica e dialogo con il linguaggio delle immagini contemporanee, contribuendo a ridefinire il panorama visivo italiano del dopoguerra.
La prima, ‘’Untitled’’ (1963), è rimasta fuori dal mercato per quasi vent’anni , riemergendo oggi come uno dei passaggi più significativi della produzione degli anni Sessanta, e proviene dalla collezione privata del critico e storico dell’arte Maurizio Calvesi.
Realizzata in una fase di passaggio, l’opera testimonia una ricerca ancora in evoluzione, sospesa tra segno e superficie, tra gesto e immagine.
Quest’ultimo e Schifano furono protagonisti della scena artistica italiana tra gli anni Sessanta e Settanta, una stagione segnata da profonde sperimentazioni tra arti visive, cinema e letteratura. La loro amicizia si consolidò negli anni romani, quando l’artista utilizzò l’appartamento del critico in via dell’Oca come studio, prima del trasferimento a New York.
L’opera torna oggi sul mercato dopo essere stata esposta di recente a Magazzino Italian Art, a New York, in occasione della mostra Mario Schifano: The Rise of the ’60s (settembre 2023 – gennaio 2024).



‘’View Beyond the Hudson River (To Anita Pallenberg)’’ (1964) è il secondo lavoro presentato ed è tra i più personali del periodo americano dell’artista , un momento cruciale della sua ricerca oltreoceano,.
Appartenente a una fase decisiva del suo percorso, il dipinto segna un allontanamento dalla rappresentazione diretta a favore di una dimensione più evocativa e mentale dell’immagine.
Dedicata ad Anita Pallenberg — figura centrale nella sua vita e nella scena culturale degli anni Sessanta — l’opera fu in origine di sua proprietà.
Nata a Roma nell’aprile del 1942, attrice e modella italo-tedesca, Pallenberg frequenta nei primi anni Sessanta gli ambienti artistici tra via Margutta e il Caffè Rosati di Piazza del Popolo, allora punto di riferimento per artisti e intellettuali. È qui che incontra Schifano, che seguirà poi negli Stati Uniti.
Tra il 1963 e il 1964, durante il soggiorno americano, l’artista sviluppa un linguaggio visivo più allusivo e stratificato, superando la rappresentazione diretta e trasformando l’immagine in una memoria filtrata.
Un passaggio che segna l’abbandono di una visione immediata dell’immagine a favore di una dimensione più mentale e stratificata.
In questo contesto si colloca il lavoro proposto, che reca una dedica alla Pallenberg.
La loro relazione, intensa e turbolenta, coincide con una fase di straordinaria produttività artistica, ma è segnata da una rottura profonda. Il dipinto può essere letto come una meditazione intima sulla separazione: il paesaggio si dissolve in metafora, suggerendo una perdita irreversibile, accentuata da una bruciatura circolare vicino alla dedica, nell’angolo inferiore sinistro della tela, probabilmente realizzata dallo stesso artista con un sigaro — introducendo un elemento fisico e profondamente autobiografico, un gesto dal forte valore autobiografico che rende l’opera una delle più personali dell’intera produzione di Schifano.
Come si legge nel Mario Schifano. Catalogo Ragionato dell’Opera Pittorica 1960–1969 (a cura di Marco Meneguzzo, Monica De Bei Schifano, Skira, 2025): «Ero a New York alla fine del 1963 e sono andato al Museo d’arte moderna. In fondo c’era Guernica e s’intravedevano Balla e Boccioni. Ma nella sala prima c’erano i Gigli d’acqua di Monet. Lì per me è stato il miracolo».
Un altro protagonista dell’asta è Salvatore Scarpitta, con ‘’South Turn’’ (1962), lavoro monumentale e tridimensionale esposto per la prima volta presso la Galleria Leo Castelli di New York nello stesso anno, e successivamente alla Galleria Nazionale di Torino. L’opera proviene dalla collezione torinese di Franca Buffa.
Figura legata al contesto internazionale del dopoguerra, Scarpitta sviluppa una ricerca che unisce pittura e dimensione oggettuale, anticipando una riflessione sulla materialità e sul movimento.
Tra gli highlight parigini figurano un reticolo di Piero Dorazio, ‘’Mira I’’ (1959),
in cui la struttura reticolare diventa campo visivo dinamico, costruito attraverso ritmo e colore;
il trittico ‘’Mobile’’ (1974) di Ettore Spalletti — mai apparso sul mercato fino a oggi —
testimonianza di una pratica incentrata sulla percezione e sulla qualità sensibile della superficie; una ‘’Piazza d’Italia’’ di Giorgio de Chirico (1965) che riprende, in chiave tarda, uno dei motivi più iconici della sua ricerca metafisica; un piccolo olio su tela di Campigli, ‘’Passeggiata’’ (1932); un raffinato ‘’Lavoro Postale’’ (1976) di Boetti, oltre ad altre sue opere più ‘’tradizionali’’.
In questo passaggio tra esposizione e asta, tra Roma e Parigi, le opere non si limitano a essere mostrate, ma si preparano a rientrare in circolazione, ridefinendo il proprio valore tra storia, mercato e nuove prospettive collezionistiche. È in questo equilibrio tra visibilità e circolazione che si misura oggi una parte significativa del sistema dell’arte.


