Vincenzo Scolamiero trasforma la pittura in respiro al Mattatoio

Quindici anni di ricerca condensati in una mostra che attraversa materia, poesia e suono. Al Mattatoio l’opera di Scolamiero si dispiega come un esercizio di ascolto e di presenza

Negli spazi del Mattatoio di Roma, dal 1° aprile al 17 maggio 2026, prende forma Con qualche parte della terra, ampia personale di Vincenzo Scolamiero curata da Maria Vittoria Pinotti. Promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, dall’Azienda Speciale Palaexpo e dalla Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti, la mostra si configura come un attraversamento sensibile della pittura, capace di restituire la complessità di un percorso lungo oltre quindici anni. L’inaugurazione ha visto gli interventi istituzionali di Marco Delogu, per l’Azienda Speciale Palaexpo, e della presidente della Fondazione Mattatoio, Manuela Veronelli, a sottolineare il ruolo centrale del Mattatoio come spazio di ricerca e produzione culturale nel panorama contemporaneo romano.

Docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui vive e lavora, Scolamiero costruisce nel tempo una pratica pittorica che si nutre di interferenze: la poesia, la musica, le minime epifanie del quotidiano. La mostra, articolata in oltre trenta opere tra tele, tavole, carte e libri d’artista, restituisce una visione stratificata e coerente della sua ricerca, iniziata pubblicamente nel 1987 con la personale alla storica galleria Al Ferro di Cavallo.

Il titolo stesso dell’esposizione, tratto da un verso della poetessa Louise Glück, suggerisce una relazione intima e insieme cosmica con il reale. Con qualche parte della terra diventa così una dichiarazione di appartenenza e, al contempo, un’indagine sulla precarietà dell’esistenza. Le opere si presentano come tracce, apparizioni minime che alludono a una condizione transitoria, dove il visibile è sempre sul punto di dissolversi.

Il percorso espositivo si apre con lavori segnati da un equilibrio essenziale, quasi sospeso, in cui pochi elementi definiscono uno spazio rarefatto. Progressivamente, l’allestimento accompagna il visitatore verso una maggiore densità compositiva e tonale, riflesso di un dialogo sempre più serrato con il linguaggio musicale e poetico. Non è un caso che i titoli delle opere evochino figure come Piero Bigongiari, Harrison Birtwistle, Louise Glück e Luigi Nono: presenze che agiscono come coordinate invisibili, trame di senso che attraversano la superficie pittorica.

Nel lavoro di Scolamiero, il vuoto non è assenza ma struttura. È un campo di tensione in cui la pittura accade come gesto lento, corporeo, ritmico. Pigmenti, oli, inchiostri e acrilici si depositano attraverso un processo che coinvolge l’intera fisicità dell’artista: la mano segue il respiro, il corpo costruisce lo spazio, la materia si fa tempo. Le superfici si articolano in velature morbide e trapassi luminosi, mentre emergono forme ibride, sospese tra astrazione e figurazione, capaci di introdurre una vibrazione interna all’immagine.

L’allestimento, concepito in stretta relazione con questa continua sperimentazione tecnica, non impone un ordine ma suggerisce un ritmo. È un invito a sostare, a osservare la pittura come processo e come pensiero, più che come oggetto concluso. In questo senso, la mostra si offre come esperienza meditativa, dove lo sguardo è chiamato a rallentare per cogliere le variazioni minime, le soglie, le pause. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue edito da De Luca Editori d’Arte, con testi critici di Francesca Bottari e della stessa curatrice Maria Vittoria Pinotti.

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