Quattro artisti per raccontare il mondo: le nuove mostre della Collezione Pinault a Venezia

Michael Armitage, Amar Kanwar, Lorna Simpson e Paulo Nazareth. Quattro percorsi e una selezione di opere che usa l’arte per indagare le questioni sociali e le fratture della storia contemporanea

Chiedersi quale sia il ruolo dell’arte contemporanea oggi significa, inevitabilmente, interrogarsi sulla capacità di farsi carico del reale. In un contesto globale frammentato, l’espressione artistica smette di essere un esercizio estetico fine a sé stesso per trasformarsi in un dispositivo di indagine sociale e politica. Tematiche che ci riguardano da vicino – come la ridefinizione delle nostre identità, l’eredità spesso rimossa dalla memoria storica e l’urgenza dell’appartenenza – trovano nell’arte non una risposta consolatoria, ma uno spazio di attrito e di analisi critica. 

L’arte diventa uno strumento di alfabetizzazione del presente, un luogo dove le fratture della cronaca quotidiana vengono decantate, rilette e restituite alla collettività per generare consapevolezza e dibattito. È esattamente all’interno di questo perimetro di pensiero che si inserisce il nuovo progetto espositivo della Collezione Pinault a Venezia«Quest’anno abbiamo scelto una formula diversa, quattro mostre personali che mostrano l’evoluzione della Collezione Pinault», afferma il direttore Bruno Racine.

Attraverso quattro personali che occupano simultaneamente Palazzo Grassi e Punta della Dogana, la collezione invita il pubblico a misurarsi con lo sguardo di artisti provenienti da contesti geografici e politici esterni alle tradizionali geografie europee. Spostando baricentro dell’osservazione verso l’Africa orientale, l’India, il Nord America e il Brasile – questi quattro artisti utilizzano pratiche eterogenee – dalla pittura su supporti organici al video documentario, dal collage fotografico alla performance installativa – per dare forma a storie umane e politiche che risuonano universalmente.

Le sale espositive di Palazzo Grassi, ospitano una vasta panoramica della pratica pittorica dell’artista keniota-britannico Michael Armitage (Kenya, 1984), curata da Jean-Marie Gallais in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist (per il catalogo), Caroline Bourgeois e Michelle Mlati. La mostra del titolo The Promise of Change presenta oltre 150 opere tra lavori storici e nuove produzioni, le quali affrontano la complessità dell’Africa orientale non limitandosi alla mera illustrazione, ma decostruendo lo stesso linguaggio pittorico occidentale. Sostituendo la tela classica con il lubugo – il tessuto di corteccia d’albero ugandese, Armitage costringe lo spettatore a fare i conti con una superficie irregolare piena di fori e pieghe. Su questo supporto organico, l’artista utilizza pittura ad olio, riferimento alla cultura africana e riferimenti a maestri dell’arte europei come Goya. Il risultato è un vocabolario visivo unico, dove la cronaca politica (come le proteste elettorali in Kenya del 2017 e la crisi migratoria globale) scivola in una dimensione mitica e onirica, tra realismo e allucinazione visiva.

Sullo stesso piano le installazioni video dell’artista indiano Amar Kanwar (India 1964), popolano la mostra Co-travellers, anch’essa curata da Jean-Marie Gallais. La mostra consiste in due importanti installazioni video. The Torn Fist Pages (2004-2008), il quale ha al centro la lotta per la democrazia in Birmania. Un libraio birmano stratta dai libri la prima pagina, quella che per legge doveva contenere la propaganda del regime militare. Kanwar raccoglie questi frammenti e proietta immagini su fogli di carta, trasformando la documentazione dell’attivismo in poesia visiva. La sua opera più recente The Peacock’s Graveyard (2023), è una riflessione sulla morte, l’impermanenza del ciclo della vita, attraverso una coreografia di immagini e testi che richiamano l’estetica del cinema delle origini. Racconti semplici e visionari, ci invitano a mettere in discussione il nostro rapporto con il mondo e le relazioni di potere, inerenti al controllo della terra e dell’acqua, ai diritti umani e alla memoria collettiva.

Lasciando Palazzo Grassi per spostarsi a Punta della Dogana, la materia dell’arte cambia registro, concentrandosi sulla memoria rimossa degli archivi e del corpo.

La mostra di Lorna Simpson (Stati Uniti, 1960) Third Person curata da Emma Lavigne in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, opera una spietata dissezione dei meccanismi di rappresentazione della società americana. Nota fin dagli anni Ottanta per la sua fotografia concettuale, Simpson approda qui a una pittura stratificata e monumentale. Attingendo a un immenso archivio di vecchie riviste fotografiche, l’artista crea collage dove l’identità afrodiscendente e il corpo femminile vengono sottratti allo sguardo stereotipato dei media. Le sale di Tadao Ando si riempiono di ritratti enigmatici e di paesaggi cupi, ghiacciati, giocati sui toni del blu notte e del grigio polare. Sono spazi instabili e nebbiosi che parlano di erosione della memoria e di sopravvivenza visiva: figure che sembrano fluttuare tra l’apparizione e la scomparsa, resistendo a ogni lettura univoca.

Infine, l’esposizione del brasiliano Paulo Nazareth (Brasile 1977) Algebra a cura di Fernanda Brenner, trova una perfetta risonanza critica con l’architettura stessa della Dogana, storicamente legata alla pesatura e alla tassazione delle merci coloniali. Il titolo della mostra deriva dall’arabo al-jabr, ovvero l’arte di “ricomporre le ossa rotte”. Nazareth, la cui pratica si basa su lunghe performance di cammino attraverso i continenti, affronta le ferite storiche del colonialismo e del razzismo sistemico. Lungo i pavimenti del museo corre una linea di sale grosso: non è un semplice elemento decorativo, ma evoca la geometria sommersa di un tumbeiro, la nave negriera che deportava gli schiavi attraverso l’Atlantico. Utilizzando materiali poveri e precari (come le sue infradito Havaianas consumate dal viaggio dal Brasile a New York), chiede provocatoriamente cosa i meticolosi registri contabili dei mercanti occidentali abbiano sempre rifiutato di registrare, dando finalmente voce al rimosso della storia umana.

Attraverso questi quattro percorsi personali, la Collezione Pinault mette da parte la celebrazione estetica per dare spazio a un’indagine materiale e politica. Un progetto espositivo che non offre risposte rassicuranti, ma fornisce dati e domande aperte per orientarsi nelle complessità della nostra storia recente.

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