Rirkrit Tiravanija trasforma Pirelli HangarBicocca in uno spazio di relazioni

A Milano Tiravanija ridefinisce il concetto di mostra come esperienza collettiva, in cui l’arte si attiva solo nella presenza del pubblico

Un percorso espositivo che si attraversa come un labirinto e prende forma solo con la presenza del pubblico. Al Pirelli HangarBicocca apre The House That Jack Built, la mostra che il centro milanese dedica a Rirkrit Tiravanija, tra i principali esponenti dell’arte relazionale contemporanea. Visitabile dal 26 marzo al 26 luglio e curata da Lucia Aspesi e Vicente Todolí, l’esposizione rappresenta la prima retrospettiva focalizzata sulla dimensione architettonica e spaziale del lavoro dell’artista thailandese. Un aspetto che, pur essendo centrale nella sua pratica, non era mai stato affrontato in modo organico in un progetto espositivo.

Nelle Navate dell’HangarBicocca il percorso si sviluppa come un ambiente immersivo articolato, pensato per guidare il visitatore attraverso una serie di installazioni abitabili. Le opere, ispirate a edifici del Modernismo, vengono rielaborate e trasformate in strutture accessibili: una piattaforma a spirale destinata a performance e incontri, tende per la sosta e la visione, un piccolo cinema e ambienti dedicati alla musica e alla socialità. Al centro del progetto anche una casa in scala, concepita per attività con i bambini, e una serie di installazioni che reinterpretano modelli architettonici storici in chiave contemporanea. L’intero impianto espositivo è pensato come uno spazio attivo, in cui la fruizione coincide con l’uso.

«Per me l’importante è che le persone abbiano la loro propria esperienza», ha spiegato Tiravanija. «Si trovano in un luogo dove possono fare cose che normalmente non fanno e incontrare chi non incontrerebbero». Un approccio che riflette i temi ricorrenti del suo lavoro, dalla comunità all’ospitalità, fino alla globalizzazione. «Viviamo in un mondo connesso ma molto frammentato: quello che mi interessa è riunire le persone», ha aggiunto.

La mostra nasce anche dall’esigenza curatoriale di mettere in luce una ricerca che accompagna l’artista fin dagli inizi. «Si tratta di una dimensione spaziale e architettonica che non era mai stata affrontata in modo sistematico», ha sottolineato Lucia Aspesi. Un aspetto che diventa evidente proprio nella relazione tra opera e pubblico. «Quando non ci sono persone, la mostra cambia completamente», ha evidenziato Vicente Todolí. «L’artista può avere grandi idee, ma è l’uso che ne fanno i visitatori a determinare davvero l’opera».

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