Una porta che non si apre del tutto, uno spazio che trattiene più che accogliere. Alla NIKA Project Space, Mirna Bamieh presenta Sour Things: The Door, installazione visibile dal 17 aprile al 23 maggio 2026, che prosegue la sua indagine sul tema della conservazione intesa non solo come pratica culinaria, ma come condizione politica ed esistenziale. Curata da Anne Davidian, la mostra segna il ritorno dell’artista palestinese nello spazio parigino dopo la personale inaugurale del 2024 e si inserisce nella serie Sour Things, avviata nel 2023. Attraverso scultura, video e disegno, Bamieh costruisce un ambiente immersivo che affronta il tema della migrazione come esperienza sospesa, situata su una soglia instabile tra accesso e rifiuto, visibilità e invisibilità.
Al centro dello spazio espositivo si erge una grande cornice di porta parzialmente ostruita: un elemento architettonico che diventa dispositivo simbolico, capace di mettere in scena la precarietà del passaggio. «La porta non è mai neutrale», afferma l’artista. «Decide chi accogliere e chi no, chi è autorizzato e chi resta escluso. Anche quando sembra aperta, porta con sé il peso del permesso». L’intera installazione si sviluppa come una coreografia discreta ma vincolante. Elementi in porcellana punteggiano il pavimento e si sospendono nello spazio, obbligando il visitatore a muoversi con cautela. Il gesto dell’attraversamento si carica così di una tensione fisica ed emotiva, che richiama l’esperienza dell’attesa e dell’incertezza legata ai processi migratori.

Il lavoro nasce anche da una condizione biografica precisa: dal 2023 Bamieh vive in Portogallo, dove sta affrontando un lungo iter per ottenere la residenza. Questo stato di sospensione si riflette nell’opera, pur aprendosi a una dimensione più ampia e condivisa, capace di intercettare le dinamiche globali dello spostamento e della diaspora. Accanto alle sculture, una serie di video attraversa lo spazio espositivo. In uno di questi, quattordici immigrati provenienti dall’area SWANA e residenti a Lisbona raccontano quali ingredienti portano con sé nei loro viaggi di ritorno: zaatar, sommacco, melassa di melograno, semi di aneto, gombo essiccato, foglie di vite, zafferano, miele. Il cibo diventa archivio affettivo, traccia concreta di una continuità che resiste allo spostamento.
In un’altra proiezione compare la madre dell’artista, rimasta in Palestina, che riflette sul gesto del trasporto del cibo attraverso le generazioni: ciò che sua madre portava dal Libano e ciò che oggi vorrebbe inviare alla figlia. Ne emerge un dialogo intimo che intreccia memoria familiare e storia collettiva, mostrando come la trasmissione culturale sopravviva anche nella distanza. Un ulteriore livello dell’installazione è costituito da una grande proiezione di parole che appaiono e si dissolvono, evocando tecniche di radicamento emotivo utilizzate dall’artista nei momenti di instabilità. Un linguaggio minimo, quasi terapeutico, che restituisce la fragilità di uno stato sospeso tra partenza e approdo.

Intorno alla porta, sculture in porcellana raffiguranti gombo in stato di collasso introducono una dimensione fortemente simbolica. Il riferimento è insieme personale e genealogico: il cognome Bamieh deriva dalla parola araba per gombo, e i suoi antenati erano commercianti che trasportavano questo alimento tra Nord Africa e Levante, conservandolo attraverso l’essiccazione. Il gombo diventa così metafora della migrazione, «il cibo dell’immigrato», come lo definisce l’artista.
Secondo la curatrice Anne Davidian, l’opera si configura come «un oggetto filosofico in cui il passaggio è reso condizionale», mentre le voci raccolte nei video testimoniano la persistenza di ciò che attraversa comunque i confini: sapori, ricette, pratiche, memorie. Una lettura condivisa anche da Veronika Berezina, fondatrice della galleria, che sottolinea come il lavoro di Bamieh restituisca «lo spazio fragile tra partire e arrivare», interrogando ciò che resta quando le coordinate geografiche si dissolvono.
In parallelo, NIKA Project Space presenta a Dubai Follow the Snail, personale di Nazilya Nagimova, che attraverso disegno, scultura e installazione riflette su lentezza, ripetizione e cura come forme di resistenza.



