La rivincita della bigiotteria: quando il non prezioso diventa cultura

Alla GNAMC la presentazione del volume dedicato alla collezione di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo rilancia la bigiotteria d’autore come linguaggio estetico e sociale, tra memoria storica, innovazione e stile

La grande bellezza del “gioiello democratico”. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ha ospitato la presentazione del volume Costume Jewelry. The Collection of Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (edito da Taschen). Veramente una splendida pubblicazione. Al centro dell’incontro, inserito nel palinsesto Racconti. Design tra presente e futuro, e aperto dalla direttrice Renata Cristina Mazzantini, il dialogo tra Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Maria Luisa Frisa, moderato da Paola Stroppiana, che ha aperto una riflessione ampia sul valore culturale della bigiotteria, riletta non come semplice alternativa al gioiello prezioso ma come dispositivo estetico e sociale.

«Mi sono appassionata a questi gioielli non preziosi perché rappresentano un patrimonio culturale che ci riporta a tempi difficili e a grandi cambiamenti sociali», ha detto Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. «La loro forza è nella creatività, nella fantasia e nell’uso di materiali innovativi capaci di anticipare tante tendenze future. Sono gioielli poveri ma belli, accessibili e alla portata di tutte». Tra gli ospiti presenti, oltre a tutti gli appassionati romani di gioielleria d’arte, erano presenti la contessa Marisela Federici, Maria Grazia Chiuri, Ines Musumeci Greco, Benedetta Geronzi, Sabrina Florio, Nicoletta Picchio, Giulia Cerasoli, Ludovico Pratesi, Giovanni Giuliani e Angelo Bucarelli.

Il volume, attraverso circa 160 pezzi provenienti da una delle più importanti collezioni private internazionali dedicate alla bigiotteria d’autore, restituisce al Costume jewelry una posizione autonoma nella storia del design e della moda. Non più accessorio subordinato, ma linguaggio capace di attraversare il Novecento e il contemporaneo, assorbendo tensioni economiche, trasformazioni sociali e sperimentazioni formali. Collane, spille, orecchini e bracciali tracciano una storia articolata che attraversa il Novecento e arriva al presente: dalle prime imitazioni dei gioielli classici alle creazioni pop degli anni Cinquanta e Sessanta, fino alle sperimentazioni contemporanee.

Da semplice alternativa economica al gioiello prezioso, la bigiotteria si è progressivamente affermata come un vero e proprio linguaggio creativo, capace di unire libertà espressiva, innovazione nei materiali e ricerca estetica. Le origini della Costume jewelry si collocano negli anni Venti, come complemento all’alta moda europea, da Chanel a Schiaparelli, ma è negli Stati Uniti che il settore conosce il suo pieno sviluppo. La Costume jewelry si impone come risposta creativa alla scarsità: oggetti accessibili, ma tutt’altro che marginali.

Durante la Grande Depressione (1929-1939), questi gioielli diventano una risposta creativa alle difficoltà economiche. È proprio nella sua natura “non preziosa” che risiede la sua forza: materiali poveri come bachelite, celluloide, plexiglas, pietre sintetiche, rafia o legno diventano terreno di ricerca, ridefinendo il rapporto tra valore materiale e valore simbolico. Questi materiali vengono trasformati in oggetti raffinati e iconici. Il loro successo è tale da conquistare anche il cinema hollywoodiano: Greta Garbo, Marlene Dietrich, Bette Davis e Vivien Leigh li indossano, contribuendo a renderli simboli di stile accessibile e moderno, questi gioielli entrano nell’immaginario collettivo, oscillando tra glamour e quotidianità.

Il libro mette in luce il lavoro di designer e maison che hanno ridefinito il confine tra gioiello e accessorio di moda: Trifari, Marcel Boucher, Coro, De Rosa, Eisenberg, Miriam Haskell, Eugène Joseff, Kenneth J. Lane, Pennino, fino a figure più recenti come Wendy Gell e Iradj Moini. Particolarmente iconiche le cosiddette Christmas Tree Brooch, spille a forma di albero di Natale diffuse tra gli anni Quaranta e Cinquanta negli Stati Uniti, spesso inviate ai soldati al fronte come portafortuna e ricordo affettivo. Ancora oggi sono oggetto di collezionismo. Altrettanto celebri i gioielli Jelly Belly, spille figurative caratterizzate da elementi in lucite traslucida che simulano una “pancia” gelatinosa, sviluppati soprattutto da Trifari sotto la direzione di Alfred Philippe.

La collezionista definisce questi oggetti “gioielli democratici”: non pezzi unici, ma creazioni pensate per essere indossate, vissute e tramandate. Spesso si tratta di gioielli di seconda mano, carichi di storie e memorie, che aprono a immaginari personali e collettivi. Non a caso, nel suo approccio collezionistico, l’ornamento diventa centrale anche nel dialogo con la moda. Nella pratica della collezionista il processo si inverte: non è il gioiello a completare l’abito, ma l’abito a nascere attorno al gioiello. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo racconta di scegliere prima il gioiello e di far realizzare successivamente l’abito su misura, costruendo attorno ad esso l’intero look. L’ornamento diventa così principio generativo, centro semantico dell’immagine.

Più che una storia della bigiotteria, Costume Jewelry propone una riflessione sul valore culturale dell’ornamento oggi. In un sistema dominato dall’unicità e dal lusso, questi oggetti – seriali, replicabili, accessibili – mettono in discussione le gerarchie tradizionali, aprendo a una nuova idea di collezione e di patrimonio. Insomma, una bella storia di arte e gioielleria, raccontata magistralmente dalla “Regina” del nostro contemporaneo. Una donna fuori da comune, capace di creare nel giro di pochi lustri una delle collezioni di arte contemporanea più originali ed apprezzate d’Europa.

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