Con il progetto Com’è il cielo in Palestina? dell’artista Giovanni Gaggia, ad aprile 2026, cento bandiere entreranno nella rotta della Global Sumud Flotilla, la missione civile che punta a raggiungere Gaza via mare. Non è un’aggiunta decorativa né un accompagnamento simbolico: è un’estensione del lavoro stesso, che si sposta dal contesto espositivo a quello operativo, mettendo alla prova il proprio statuto. Le bandiere nascono da un processo diffuso. Laboratori, ricami collettivi, incontri in diverse città italiane hanno costruito nel tempo una superficie condivisa, dove ogni contributo resta riconoscibile ma si inserisce in un insieme più ampio.

Non c’è un’immagine dominante, né una sintesi finale: ciò che emerge è una pluralità di voci che convivono senza essere normalizzate. In questo senso, il lavoro non rappresenta Gaza. Piuttosto, costruisce un campo di relazione attorno a ciò che Gaza significa oggi: un luogo attraversato da narrazioni, omissioni, urgenze politiche e umanitarie. L’opera si colloca lì, in quella tensione, scegliendo di non semplificare. La missione della flottiglia rende questo posizionamento ancora più esplicito. L’obiettivo è dichiaratamente politico, portare aiuti e contestare il blocco attraverso un’azione non violenta, ma l’intervento artistico non si limita a sostenere una causa. Introduce una dimensione ulteriore: quella della durata, della memoria, della costruzione collettiva di senso.

Ogni bandiera contiene una parte di un testo proveniente da Gaza, suddiviso e ricamato come se fosse impossibile restituirlo in forma unitaria. È una scelta precisa: non offrire una narrazione compatta, ma lasciare che il significato si disperda e si ricomponga nello spazio e nel tempo del viaggio. Anche la presenza della frase “Restiamo umani”, legata alla figura di Vittorio Arrigoni, evita la dimensione commemorativa per inserirsi in questo stesso dispositivo: non come slogan, ma come elemento che continua a circolare, a essere riattivato in un contesto diverso.

Ciò che emerge è un’idea di arte che non si limita a produrre immagini, ma costruisce situazioni. Un’arte che si assume la responsabilità di entrare in contesti complessi, senza pretendere di risolverli. Quando le bandiere salperanno, l’opera non sarà completa. Anzi, sarà esattamente nel momento della partenza che inizierà a funzionare davvero: esposta a un contesto che non controlla, costretta a confrontarsi con ciò che accade. Non più “com’è” il cielo in Palestina, ma cosa significa, oggi, dopotutto, provare a guardarlo.



