Diego Perrone, rifrazioni e ombre a Casa Di Marino

Una nuova serie di lavori indaga la luce obliqua dell’alba e del tramonto a Napoli che, attraversando oggetti di vetro quotidiani, deforma le forme e altera la percezione

Napoli è la città del sole. Di una luce enorme e accecante, di cui molti hanno scritto e da cui molti si sono lasciati ispirare. Ma c’è chi si è interessato all’opposto: alle ombre che si allungano e distorcono le forme. È da questa prospettiva che Diego Perrone guarda alla città partenopea, dove ha realizzato un nuovo ciclo di lavori.

Artista tra i più rilevanti della sua generazione – presente più volte alla Biennale di Venezia e protagonista di importanti mostre internazionali, dal Castello di Rivoli al Guggenheim – Perrone ha sviluppato una nuova ricerca che segna un aggiornamento della sua pratica. Una selezione di questi lavori è esposta fino al 2 maggio alla galleria Casa Di Marino (Napoli), nella mostra personale dell’artista There’s a Certain Slant of Light, che riunisce diverse opere tra grandi tele realizzate con aerografo, carboncino e gessetti e fotografie incorniciate in strutture di pasta di vetro. Il titolo dell’esposizione cita una poesia di Emily Dickinson dedicata al difficile tentativo di descrivere una luce inclinata, laterale, non frontale: una luce che non rivela ma evoca “an internal difference / where the meanings are”.

Il nuovo corpo di lavori nasce dall’osservazione della luce solare e di come i suoi raggi, attraversando oggetti di vetro di uso quotidiano, si deformino proiettandosi su un piano orizzontale. Perrone si concentra sulla luce obliqua tipica dell’alba e del tramonto, quando il sole taglia gli oggetti lateralmente e le ombre si allungano, deformando le forme e rendendo instabile la percezione. Non una luce che chiarisce l’immagine, ma che la complica e la confonde, trasformando ciò che appare in qualcosa di ambiguo e instabile. Bicchieri da osteria, pieni o vuoti, diventano dispositivi ottici attraverso cui la luce si rifrange, generando aloni, arcobaleni e caustiche luminose. In questo sistema di rifrazioni accidentali prende forma una duplice traduzione dell’immagine reale.

Da un lato, le fotografie con cornici in pasta di vetro, dove una natura cristallizzata circonda le caustiche di luce fotografate, trattenute nell’attimo della loro apparizione. Le cornici sono costruite a partire da frammenti di vetro fusi a temperature diverse, restituendo l’impressione di una materia ancora fluida, come se il processo di trasformazione non si fosse del tutto concluso. Il vetro solidificato conserva una tensione latente, una memoria del suo stato liquido. Dall’altro lato, nelle grandi pitture realizzate con aerografo, carboncino e gessetti, campi di ombra su fondo bianco circoscrivono le suggestioni della luce, che affiorano come forme vaporizzate, tagli o contorni. L’aerografo, strumento solitamente associato alla precisione tecnica, viene utilizzato per nebulizzare sottili particelle di colore che si depositano sulla superficie della tela generando stratificazioni, sfocature e vibrazioni visive.

Le due serie funzionano come fisiche parallele di una stessa informazione visiva. Il vetro, da liquido, si cristallizza in una forma che trattiene una tensione latente e, grazie alla trasparenza e alle variazioni cromatiche, lascia intravedere le dinamiche del suo stato viscoso. La pittura ad aerografo si deposita per strati sottili, dissolvendo progressivamente i contorni e producendo vibrazioni luminose.

Questo nuovo ciclo segna uno spostamento nella ricerca dell’artista. Se in lavori precedenti Perrone aveva spesso utilizzato immagini figurative rurali legate alla dimensione della provincia italiana, con elementi riconoscibili e narrativi, qui la forma tende progressivamente a dissolversi, tutto diviene più astratto. Le forme si confondono e quasi si perdono. Restano tracce, movimenti e vibrazioni luminose che trasformano l’immagine in una presenza instabile, quasi mentale.

In entrambi i casi non c’è stabilità, ma arresti provvisori. Il vetro solidifica un flusso, la pittura fissa una vibrazione; una materia cambia stato, l’altra resta alone. In questa oscillazione la luce non chiarisce l’immagine, ma diventa una soglia percettiva, oltre la quale ciò che appare non riguarda più soltanto la vista. Per l’artista la profondità non è uno spazio da attraversare ma una condizione mentale: un dispositivo che piega l’immagine su se stessa e trasforma la visione in un atto di sospensione, dove ciò che sembra arretrare continua invece a insistere nel presente.

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