Roma si prepara a rendere omaggio a Ettore Scola nel decennale della sua scomparsa, con una mostra annunciata a Palazzo Braschi e fortemente voluta dall’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. Un gesto che ha il valore di una restituzione simbolica: alla città che lo ha raccontato e attraversato, e che nei suoi film si è spesso specchiata con disincanto e tenerezza.
Nato a Trevico nel 1931 e scomparso a Roma nel 2016, Scola ha attraversato alcune delle stagioni più complesse e fertili del cinema italiano, costruendo un corpus filmico capace di coniugare riflessione politica, osservazione sociale e una scrittura cinematografica profondamente umana. Da C’eravamo tanto amati a Brutti, sporchi e cattivi, da Una giornata particolare a La famiglia, fino a Ballando ballando e Che ora è, la sua opera si configura come un grande racconto corale del Paese, delle sue contraddizioni e delle sue metamorfosi.



Prima ancora della regia, Scola fu autore e sceneggiatore, affinando il proprio sguardo nella stagione della satira e collaborando a pagine memorabili del cinema popolare italiano, come la celebre lettera dei fratelli Caponi in Totò, Peppino e la… malafemmina. Una scrittura che già conteneva quella capacità di osservare il reale con ironia e malinconia che diventerà cifra distintiva della sua poetica.
Tra i suoi film, La terrazza (1980) occupa un posto particolare: un’opera che si fa autoriflessione sulla stessa commedia all’italiana, trasformandosi in un dispositivo critico capace di interrogare una generazione di intellettuali romani, il loro ruolo e il loro progressivo smarrimento. In quel microcosmo dominato da media, politica e rituali culturali, Scola costruisce un affresco tanto impietoso quanto partecipe, restituendo le crepe di un sistema che aveva fatto della parola e del pensiero il proprio centro.


Il suo impegno politico, legato al Partito Comunista Italiano, non fu mai accessorio rispetto alla pratica artistica, ma costituì piuttosto un orizzonte di senso entro cui leggere il presente. Le sue battaglie culturali, anche in relazione alla Biennale di Venezia, e il riconoscimento internazionale – come il Glory to the Filmmaker ricevuto nel 2013 – testimoniano una figura capace di incidere profondamente non solo sul cinema, ma sull’immaginario collettivo.
Roma, che nei suoi film è insieme scenario e personaggio, conserva già tracce tangibili della sua eredità, come il teatro all’aperto della Casa del Cinema a Villa Borghese che porta il suo nome. Ma è soprattutto nella memoria condivisa che Scola continua a esistere, come ha ricordato Walter Veltroni evocando l’intimità di un’amicizia fatta di dialoghi quotidiani e di uno scambio intellettuale mai interrotto.
Definendosi con ironia un “napoletano di montagna”, Scola ha sempre mantenuto una distanza lieve dalle etichette, preferendo affidare al cinema il compito di raccontarlo. Accanto a lui, figure fondamentali come Vincenzo Cerami hanno contribuito a costruire un linguaggio raffinato e stratificato, mentre la sua attitudine a coinvolgere amici e intellettuali nei suoi film, da Renato Nicolini ad altri protagonisti della vita culturale romana, restituisce l’immagine di un autore profondamente immerso nel proprio tempo.



