Dietro l’Oscar a Valentina Merli ci sono le crepe del sistema culturale italiano

Il premio internazionale evidenzia le contraddizioni di un'industria nazionale che fatica a sostenere e trattenere le proprie energie creative

Durante la notte degli Oscar, la produttrice italiana è salita sul palco degli Academy Awards per ritirare l’Oscar al miglior cortometraggio vinto da Two People Exchanging Saliva, cortometraggio drammatico in lingua francese del 2024, scritto e diretto da Natalie Musteata e Alexandre Singh. Valentina Merli ha così conquistato la statuetta nel 2026, imponendosi come unica italiana premiata in un’edizione che ha visto il nostro Paese ai margini delle categorie principali. Un riconoscimento significativo, che conferma la qualità delle professionalità italiane nel panorama internazionale, ma che al tempo stesso fa riflettere sul perché questi successi continuino a maturare soprattutto fuori dal contesto nazionale. Il suo percorso lavorativo infatti, sviluppato in gran parte all’estero, conferma una dinamica ormai consolidata: il riconoscimento internazionale arriva spesso quando il sistema nazionale non è più il contesto di riferimento.

La stessa Merli ha sottolineato la necessità di un maggiore sostegno alla cultura e al cinema in Italia. Un appello che suona tutt’altro che retorico, soprattutto se letto alla luce delle criticità del settore: instabilità normativa, difficoltà nell’accesso ai finanziamenti e una crescente perdita di attrattività per le produzioni internazionali. Sopratutto negli ultimi mesi, il comparto cinematografico italiano ha mostrato segnali contrastanti. Da un lato, una produzione ancora capace di generare risultati al botteghino e di mantenere una quota significativa di mercato interno; dall’altro, una difficoltà crescente nel competere a livello globale e nel trattenere investimenti strategici.

La produttrice, salita sul palco del Dolby Theatre accanto ai registi Alexandre Singh e Natalie Musteata e agli altri produttori del cortometraggio, ha espresso orgoglio per essere l’unica italiana presente tra le eccellenze del cinema internazionale. «Mi dispiace che l’Italia sia assente. Eppure abbiamo una tradizione così solida e ammirata in tutto il mondo. Abbiamo registi, attori e tecnici fantastici. Penso che il cinema – come tutta la cultura – non sia abbastanza sostenuto in Italia» ha dichiarato all’ANSA. Parole che mettono a fuoco una contraddizione strutturale, più che un semplice momento di difficoltà. Il caso di Merli non è isolato, ma si inserisce in una traiettoria ormai evidente. Il nodo, infatti, non riguarda soltanto l’entità dei finanziamenti, ma la qualità e la continuità delle politiche culturali.

L’assenza di una visione a lungo termine, capace di coniugare sostegno economico, semplificazione normativa e attrattività internazionale, rischia di indebolire progressivamente l’intero comparto. In un contesto globale sempre più competitivo, dove altri Paesi investono in modo strategico nelle industrie creative, l’Italia sembra ancora oscillare tra interventi frammentari e una narrazione celebrativa che non sempre corrisponde alla realtà dei fatti. Se il talento continua a emergere ma il sistema non riesce a trattenerlo, la questione diventa inevitabilmente politica oltre che culturale. E la domanda resta aperta: l’Italia vuole essere protagonista nella produzione culturale contemporanea, o accontentarsi di veder riconosciuti i propri talenti altrove?