Valentino a Palazzo Barberini. La verità non emerge dalla sintesi

A Roma Alessandro Michele presenta per Valentino una collezione costruita sulla frizione tra ordine e instabilità, ricordando quanto sia importante oggi non scappare dalla complessità

“La vita eccede la forma che la contiene, costringendola a misurarsi con la propria insufficienza“. Con questa frase di Georg Simmel, Alessandro Michele introduce il tema della sfilata FW 2026 di Valentino a Palazzo Barberini di Roma, Interferenze. Una parola che indica un’intrusione, qualcosa che irrompe nel cammino, disturba il programma che stiamo ascoltando, glitcha l’immagine che abbiamo davanti. Di fatto, una sovrapposizione di forme, colori e dettagli che rompono la tranquillità della simmetria, generando forme nuove, apparenti distorsioni e riletture della memoria.

Questa esuberanza di contenuto che non sappiamo gestire quasi mai – e proprio per la sua eterogeneità – è la materia prima del mondo, ma anche il motore estetico e filosofico della ricerca del direttore artistico della maison che ha scelto di far sfilare la sua ultima collezione in uno dei capolavori più complessi del barocco romano.

Fin dalla sua formazione architettonica, Palazzo Barberini si mostra al pubblico con tutte le sue interferenze strutturali. A una prima lettura, la sua architettura appare solida, simmetrica, governata da una gerarchia chiara: la facciata, il cortile e la scansione dei livelli costruiscono una macchina prospettica che organizza lo spazio e guida lo sguardo. All’interno, invece, la pittura di Pietro da Cortona rompe la regolarità geometrica del soffitto del salone principale: la natura si apre, il cielo si smaterializza. La forma architettonica diventa un campo di tensioni contrastanti, luogo di interferenze appunto, dove stabilità e instabilità si danno il cambio ad ogni passo.

Questa dialettica è resa ancora più evidente dalle due scale monumentali, tra le più celebri del Seicento. La scala quadrata di Gian Lorenzo Bernini afferma chiarezza geometrica e disciplina: la salita è guidata, il corpo è orientato, l’ascensione è quasi teatrale. La scala elicoidale di Francesco Borromini, al contrario, curva lo spazio, destabilizza l’equilibrio e trasforma il movimento in torsione continua, costringendo chi sale a negoziare il proprio equilibrio.

L’invito di Valentino, nella scelta di far sfilare la collezione in una location come questa, sembra essere quello di restare davanti al bivio, di una scala che sale dritta verso l’alto, senza intoppi, e un’altra che contorce la strada, fa vacillare, e percorrerle comunque entrambe. Abitare la complessità del vivere, dove stabilità e slittamento coesistono senza risolversi in una sintesi perfetta, anzi, generando una densità che rende Palazzo Barberini un dispositivo concettuale perfetto. La passerella funziona come una vera e propria machina prospettica. Non è un espediente nuovo: già nella collezione Specula Mundi, Michele aveva anticipato questo pensiero, concependo lo spazio scenico come sistema ottico. Adesso la macchina dello sguardo ritorna integrata con la complessa stratificazione simbolica e architettonica di Palazzo Barberini, amplificando la percezione della collezione e dei suoi codici culturali.

Da Walter Benjamin a George Simmel, i riferimenti di Alessandro Michele sono sempre – e per fortuna – altissimi. E il suo stile nasce proprio dall’incontro di registri eterogenei: memoria aristocratica e sottocultura, erudizione storica e cultura pop, ornamento barocco e segni punk. Una costellazione di riferimenti che mantiene ben visibili, come in un’immagine dialettica, le tensioni tra apollineo e dionisiaco, una costante dell’immaginario di Michele, ben prima dell’arrivo da Valentino.

Misurarsi con la vita nella sua densità, comprendere che la verità non emerge dalla sintesi, ma piuttosto dalla scintilla prodotta dalla compresenza dei contrasti. Qualcosa a cui non siamo più abituati, immersi come siamo in un binarismo acritico dove l’attrito è ridotto a zero. Se dobbiamo allora essere guidati a nuove forme, bisogna imparare a guardare in questo spazio piccolissimo del tra, abitato da negoziazioni continue, intrusioni – interferenze – provando a fare i conti con quello che abbiamo tra le mani e sovvertire la gerarchia del rettilineo.

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