Marco Tirelli, la pittura come atlante della memoria

A Palazzo Esposizioni Roma, l’artista presenta una grande mostra-installazione concepita come un unico organismo visivo. Un progetto inedito che attraversa oltre quarant’anni di ricerca

Ci sono artisti per i quali la pittura non è mai stata un linguaggio da aggiornare, ma un territorio da abitare. Marco Tirelli è uno di questi. Con Anni luce, la mostra in programma a Palazzo Esposizioni Roma da marzo a luglio 2026, l’artista romano torna a interrogare il proprio vocabolario visivo attraverso un progetto di grande respiro, concepito come un’unica installazione pittorica che avvolge lo spazio e lo trasforma in esperienza.

Figura centrale del rinnovamento della pittura avviato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, in dialogo con le ricerche internazionali ma sempre distante da mode e scuole, Tirelli costruisce da decenni un lavoro rigoroso, introspettivo, fondato su una relazione profonda tra immagine, memoria e tempo. Anni luce ne rappresenta una sintesi avanzata, non retrospettiva, ma concentrata sul presente della sua ricerca.

Il progetto è pensato per le sale 9, 10, 11 e 12 di Palazzo Esposizioni, che per l’occasione diventano un ambiente unitario, attraversato da un flusso continuo di immagini. Le quarantadue opere in mostra non sono disposte come episodi isolati, ma come parti di un unico organismo, legate da una trama visiva che funziona come un nastro ideale. Ogni dipinto mantiene la propria autonomia formale, ma trova senso pieno solo all’interno della sequenza.

Il risultato è un vero e proprio teatro della memoria, in cui la pittura non racconta una storia lineare, ma costruisce un atlante. Un atlante mentale e visivo in cui si stratificano frammenti di cinema, letteratura, storia dell’arte, architettura, visioni interiori. Non citazioni riconoscibili, ma tracce sedimentate, ombre, presenze che emergono e si ritirano nello spazio dell’immagine.

Pittura come cosmogonia

La pittura di Tirelli ha sempre lavorato su soglie: tra luce e oscurità, tra riconoscibilità e astrazione, tra spazio reale e spazio mentale. In Anni luce, questa tensione assume una dimensione quasi cosmogonica. Le sale diventano il luogo di una costruzione del mondo, o meglio di un mondo possibile, governato da leggi interne, da una logica poetica che si sviluppa per accostamenti, ritorni, variazioni.

Il titolo stesso suggerisce una doppia lettura: l’unità di misura del tempo cosmico e, allo stesso tempo, una distanza emotiva, una profondità dello sguardo. La pittura non si offre come superficie da consumare rapidamente, ma come spazio da attraversare lentamente, chiedendo allo spettatore una partecipazione attiva, quasi meditativa.

Il metodo al centro della mostra

Al centro del progetto c’è anche il metodo di lavoro dell’artista. I dipinti sono realizzati attraverso un processo lungo e complesso, sviluppato da Tirelli nel corso degli anni, che prevede l’uso di tecniche diverse e una costruzione stratificata dell’immagine. Il tempo dell’esecuzione non è un dato marginale, ma parte integrante dell’opera: ogni quadro è il risultato di un accumulo, di una sedimentazione che rende visibile il pensiero nel suo farsi.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Electa, concepito come un vero e proprio libro d’artista. Oltre alle riproduzioni di tutte le opere esposte e alle immagini dell’allestimento, il volume ospiterà i testi del curatore Mario Codognato, dello scrittore Marco Lodoli e dello storico dell’arte Victor I. Stoichita, ampliando il campo di riflessione e offrendo ulteriori chiavi di accesso all’universo di Tirelli.

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