Marco Rossetti indaga il rapporto tra gesto, materia e processo, considerando l’azione come principio generativo dell’opera e come traccia tangibile dell’esperienza umana nel mondo. Al centro della conversazione si trova Vita activa. La condizione umana, mostra personale che inaugurerà venerdì 6 marzo 2026 presso l’art’otel Rome Piazza Sallustio, curata da Sofia Di Gravio. L’esposizione celebra il primo anniversario dell’hotel che ospita l’art’otel art Gallery, una galleria aperta tutti i giorni e visitabile gratuitamente.
Il titolo richiama esplicitamente il pensiero di Hannah Arendt, espresso nel volume The Human Condition, che offre una chiave di lettura per l’intero progetto. L’azione si configura come una pratica che prende forma nello spazio condiviso, rivelando il legame tra l’individuo e lo spazio che lo circonda. Non è tanto il gesto in sé ad essere osservato, quanto ciò che da questo rimane: segni e tracce testimoniano la capacità dell’essere umano di rimodellare lo spazio condiviso e di imprimere nella materia la memoria della propria presenza.

Molte volte nei tuoi lavori affronti il tema della fugacità della memoria e della permanenza, come accade in R-Complex / l’istinto, l’installazione con cui hai partecipato e vinto il Premio Speciale AMPA al TALENT Prize 2025. Per l’art’otel, invece, le immagini sembrano quasi intrappolate nel cemento. In questo caso c’è una volontà di fissare o “conservare” le memorie, rendendole permanenti nella materia, a differenza dell’esperienza fugace dei lavori precedenti?
Nei lavori precedenti la memoria è spesso trattata come qualcosa di instabile, che affiora e scompare, che si manifesta per brevi apparizioni. In R-Complex / l’istinto, ad esempio, la memoria è legata a una dimensione quasi automatica, primaria, che emerge senza potersi davvero fissare. Nel lavoro per art’otel non volevo però arrivare a una vera fissazione della memoria. Il cemento dà l’idea di qualcosa di stabile, ma per me è una materia che esercita una pressione: schiaccia, interrompe, immobilizza. Le immagini non sono conservate, sono messe sotto sforzo. Quello che resta non è una memoria salvata, ma una memoria che resiste male, che rimane in tensione.

Mentre la serie Loro sono tutti insiste sulla dimensione del segno e della traccia lasciata dall’uomo, il video Io sono solo introduce una dimensione temporale diversa, di stratificazione lenta e costante. Cosa ti ha portato ad unire queste due modalità così diverse nella stessa esposizione?
Queste opere in cemento possono sembrare frammenti di città, come se fossero stati staccati da un contesto più ampio. Ma allo stesso tempo, però, il colore scuro e le forme spingono anche verso un’altra lettura, quella di oggetti estranei, quasi come meteoriti. I titoli Io sono solo e Loro sono tutti vengono da Memorie dal sottosuolo e funzionano come due poli che attraversano tutto il progetto. Non sono due serie diverse: la mostra è un unico lavoro, articolato internamente. Le opere sono singole, ma non autonome in senso narrativo. Ognuna è un frammento, una posizione possibile. Mi interessava tenere aperta questa oscillazione continua tra una dimensione individuale e una collettiva, senza risolverla. Il tempo, in questa mostra, non è lineare. Ci sono i resti di un’azione già avvenuta e il video che insiste su un tempo che continua, che si deposita lentamente. Non succede nulla di spettacolare, ma qualcosa continua ad accadere. Mettere insieme queste temporalità serve a creare una sospensione, come se il gesto non fosse mai davvero concluso.

Com’è stato lavorare con Sofia Di Gravio? In che modo le sue scelte curatoriali hanno influenzato il dialogo tra le tue opere e lo spazio dell’art’otel?
Il lavoro con Sofia è stato molto naturale. Non c’è mai stata l’idea di spiegare le opere o di guidarne la lettura in modo rigido. Piuttosto, abbiamo lavorato sullo spazio, sulle distanze, sulle pause e i vuoti.
In questa mostra la figura umana non è mai rappresentata direttamente, ma la sua presenza permea la materia. Perché hai scelto di rappresentare la “Condizione umana” attraverso essenzialmente la sua assenza?
La figura umana non è mai rappresentata direttamente, ma è ovunque. È nei segni, nelle fratture, nelle tracce lasciate nella materia. Non mostrare il corpo è una scelta precisa.Mi interessa di più lavorare sull’azione e su ciò che resta, piuttosto che sull’immagine dell’individuo. L’assenza lascia lo spazio aperto, rende la presenza umana più diffusa e meno riconoscibile.



