Molteplici visioni e una voce su cui riflettere

Due importanti collezioni italiane, oltre 200 opere e un secolo di linguaggi nel confronto sull'arte africana tra il collezionista Paolo Giglio e Samuele Menin, curatori della mostra piacentina Sguardi sull'Africa

Più che raccontare una storia, la mostra Sguardi sull’Africa affronta con delicatezza la complessità di un continente sottraendosi a semplificazioni, gerarchie implicite e letture eurocentriche, e costruendo un campo aperto di connessioni tra oggetti rituali, pittura modernista, pratiche contemporanee e giovani ricerche. Il progetto, allestito negli spazi del Palazzo Gotico di Piacenza e curato da Samuele Menin e Paolo Giglio, è aperto al pubblico fino al 4 maggio 2026 e si fonda sul dialogo tra due collezioni private – la Collezione Giglio di Piacenza e la Collezione 54 di Rosario Bifulco – nate da percorsi diversi ma accomunate da un approccio non speculativo e da una relazione diretta con i contesti culturali di riferimento.

«Come collezionisti – spiega Giglio – cerchiamo di muoverci nella consapevolezza che il rispetto per le distanze e le specificità culturali e sociali sono valori imprescindibili nel guidare il metodo di chi decide di collezionare arte proveniente da queste aree. Crediamo che la chiave di lettura per evitare il rischio di appropriazione sia quella di mantenere un approccio il più possibile improntato al dialogo, alle commistioni, alle influenze e intersezioni artistico culturali tra i nostri due mondi. Accade ad esempio, per la pittrice marocchina Chaïbia Talal che partendo dallo studio del gruppo COBRA tedesco ha rielaborato un proprio emisfero espressionista figurativo coloratissimo, o per Farid Belkhaia che ha fatto proprie le forme moderniste europee reinterpretandole attraverso il recupero di simboli e materiali utilizzati dagli artigiani Tuareg.

La Collezione Giglio – continua – nasce circa dieci anni fa attraverso una serie di fortunati incontri, scaturiti dal nostro innamoramento per Marrakech e, più in generale, per tutto il Marocco: un paese dal fascino sospeso nel tempo, crocevia di saperi e dalla natura prorompente. Un luogo in cui tradizione e storia si fondono e interagiscono con un nuovo dinamismo, che lo porta a crescere e trasformarsi senza però mai snaturarsi. Spinti da questa energia, abbiamo cominciato a conoscere artisti, incontrare operatori esperti e gallerie, addentrandoci alla scoperta dell’arte del territorio, con particolare attenzione alla pittura modernista marocchina e ai suoi massimi esponenti: figure come Farid Belkahia, Jilali Gharbaoui o Mohamed Melehisse che, a partire dal 1956, anno dell’indipendenza del Marocco, hanno dato vita a  linguaggi innovativi, costruendo ponti visivi tra la tradizione e l’artigianato marocchino e la modernità, in una nuova affermazione di libertà e identità. Inoltre, lo scenario nordafricano sta attualmente vivendo la grande sfida di coniugare un contesto economico in forte espansione con l’esigenza di mantenere salda la propria identità socio-culturale. Accanto a un nucleo così intenso, la presenza di manufatti rituali, maschere e statuette votive dell’Africa centrale deriva invece da una raccolta che abbiamo recentemente acquisito, costruita nel corso di oltre settant’anni da uno studioso della Sorbona attraverso un’intensa attività di ricerca sul campo».

A questa narrazione, che porta con sé racconti complessi legati a processi di emancipazione e a un forte senso di appartenenza, si affianca la Collezione 54 dell’ingegnere Rosario Bifulco, avviata oltre trent’anni fa, ben prima dell’attuale attenzione del sistema dell’arte verso l’espressione africana: un percorso guidato da un interesse autentico per gli artisti, scelti sulla base del valore culturale delle opere, che nel tempo ha saputo intercettare personalità allora emergenti e oggi riconosciute a livello internazionale. In questo intreccio di linguaggi e temporalità che propone una visione ampia e articolata della produzione artistica e della diaspora africana, lo sguardo del visitatore è chiamato a spostarsi, a decentrarsi, a riconoscere la parzialità del proprio punto di vista e la pluralità delle voci in gioco: «Quelle di creativi che negli anni hanno vinto Biennali e sono stati invitati in importanti istituzioni internazionali, poiché le loro poetiche erano spesso più consapevoli, potenti e attuali di altre» considera il curatore Menin.

Una molteplicità strutturale e diversificata che si riflette anche nell’allestimento finale, sviluppato in collaborazione con Fosbury Architecture, che mette in discussione il tradizionale rapporto spettatore/opera. «Lo spazio espositivo – chiarisce – è pensato come un sistema di connessioni visive, in cui non è solo il pubblico a guardare le opere, ma sono le stesse a dialogare tra loro, generando nuovi incroci di senso». Mettere in relazione oltre 250 oggetti e testimonianze lontane per epoca, funzione e provenienza, ha significato, fin dall’inizio, misurarsi con una complessità strutturale. Un arco temporale esteso, culture diverse e linguaggi eterogenei avrebbero potuto facilmente tradursi in una narrazione frammentata o in una lettura evolutiva, ma il pensiero curatoriale sceglie consapevolmente di sottrarsi a entrambe le derive. «Ho compreso – spiega – come in realtà tra loro le opere si richiamassero e avessero molti punti in comune, anche se realizzate da autori di culture diverse e ad anni di distanza. Il mio approccio non è stato quindi sicuramente evolutivo o progressivo ma piuttosto lo chiamerei di “accoglienza e collaborazione”, per far emergere quei punti di connessione e ponti di significato esistenti, tra due creazioni apparentemente così lontane come i dipinti a olio e sabbia di Jilali Gharbaoui e le statue di culto realizzate dalla popolazione Dogon del Mali».

L’allestimento assume qui un ruolo decisivo nel costruire senso, facendo dialogare i vari manufatti come parti di un’unica installazione: in questa prospettiva, la distinzione tra arte, artigianato e oggetto rituale si fa porosa: la ricerca di Farid Belkahia, che rielabora simboli e tecniche delle popolazioni nomadi marocchine in forme moderniste, ne è un esempio emblematico. «Ciò è possibile ˗ afferma Menin ˗ perché il genere umano ama circondarsi di oggetti funzionali ma belli, che in qualche modo gratificano lo sguardo anche nella sua quotidianità. Per questo penso che anche agli oggetti rituali vada giustamente riconosciuto, a prescindere dalla loro funzione culturale e religiosa, un valore estetico. Non dimentichiamo che tantissimi capolavori conservati nei musei italiani e del mondo occidentale non nascevano come tali ma come immagini di culto da esporre in chiese per i fedeli, dalle pale d’altare di Giotto o Cimabue fino a Caravaggio».

Il continuum tra le componenti dell’esposizione è in questo senso, un presupposto teorico prima ancora che curatoriale. Particolare interesse è dato ai giovani artisti, affinché ogni singola opera in mostra diventi luogo di condensazione della memoria, in cui dottrine ancestrali, esperienze individuali e tensioni odierne si possano intrecciare di continuo, senza mai risolversi in una sintesi definitiva. Le ricerche di artisti come Victor Fotso Nyie e Ako Atikossie rendono evidente questa concezione del tempo e della forma: nei loro lavori, la tradizione è incessantemente rielaborata per interrogare il presente e le radici non limitano la contemporaneità, ma ne costituiscono una condizione necessaria, aprendo a nuove possibilità di senso e di immaginazione. Sguardi sull’Africa rinuncia deliberatamente alla presenza di una voce dominante: il pensiero anzi, non è guidato da un registro unico, ma si articola di conseguenza attraverso risonanze, affinità e dissonanze, lasciando emergere una pluralità di visioni che non si annichiliscono a vicenda.  Ciascuno allora, è parte attiva del tutto, interprete univoco e singolare di un coro intricato e di una verità che affiora come voce, generata dal nostro stesso modo di osservare il mondo.

L’articolo è stato pubblicato sul numero 137 di Inside Art