Abitare la metamorfosi: uno sguardo all’interno della mostra Colombina Reloaded

Un appartamento veneziano nel sestiere di Cannaregio diventa spazio espositivo temporaneo, dando vita e un percorso  che intreccia arte, architettura e dimensione domestica

Esiste un luogo a Venezia in cui il tempo sembra rallentare. In una città abituata a reinventarsi continuamente, compressa tra trasformazione urbane e flussi turistici incessanti, trovare uno spazio che resista alla velocità è quasi un’eccezione. Venezia è spesso attraversata, consumata, fotografata in fretta. Ma non tutta la città si muove allo stesso ritmo.

Nel sestiere di Cannaregio, lontano dalle direttrici più battute, l’ex area Saffa conserva una dimensione diversa. Nato dalla riconversione della storica fabbrica di fiammiferi in un quartiere residenziale, questo frammento urbano mantiene una dimensione autenticamente abitativa, lontana dalle dinamiche più esposte delle città. Qui, al primo piano di un edificio affacciato su Calle Colombina, un appartamento in attesa di ristrutturazione si spoglia della sua funzione ordinaria per accogliere il percorso espositivo della mostra Colombina Reloaded.

La mostra, curata da Lucia Longhi, si inserisce nella programmazione di The Art Society, piattaforma fondata da Andrea Vittoria Giovannini con l’obiettivo di sostenere la ricerca di artisti italiani emergenti e di ripensare a nuove modalità di incontro tra opera, spazio e pubblico. Negli ultimi anni The Art Society ha privilegiato contesti non convenzionali – hotel, ristoranti, residenze private – lontane dalle dinamiche standardizzata dello spazio espositivo tradizionale. In questo caso, il progetto assume una dimensione più radicale: non si tratta semplicemente di portare l’arte dal di fuori del contesto galleristico, ma di inserirla in un ambiente domestico reale, sottratto ai ritmi del sistema espositivo veneziano, nel momento fragile che precede la sua trasformazione.

Il percorso si sviluppa in modo essenziale, seguendo la struttura stessa dell’appartamento. Non esiste un allestimento invasivo né una regia dominante che guidi lo sguardo del visitatore: si attraversano le stanze come si attraverserebbe una casa, lasciando che siano gli ambienti a guidare la lettura delle opere. Ogni artista occupa uno spazio preciso, instaurando con esso un dialogo diretto. Nella cucina interviene Stefania Serio, che lavora sulla dimensione organica della pittura. Le sue tele si muovono tra astrazione e suggestioni figurative, evocando la materia del cibo, i suoi colori, le sue trasformazioni. Semi, polpe, frammenti che sembrano emergere da campiture dense e fluide, in uno stato di continua metamorfosi. Inserite nello spazio più conviviale della casa, le opere amplificano il valore simbolico della cucina come luogo di nutrimento e memoria.

La camera matrimoniale accoglie l’intervento di Kyle Meyer, il quale lavora con fotografia, tessuto e corpo. L’atmosfera qui cambia: lo spazio si fa più intimo, quasi sospeso. Le lenzuola diventano superfici narrative, attraversate da immagini velate e sovrascritte che alternano i motivi preesistenti. La stanza, luogo dell’identità più privata, si trasforma in uno spazio instabile, in cui memoria e presenza si stratificano. Il confine tra dimensione reale e dimensione onirica si assottiglia, suggerendo un’idea di trasformazione che riguarda non solo lo spazio ma anche chi lo abita.

Diverso, più essenziale, è l’intervento di Matteo Attruia. In una stanza quasi spoglia, una scritta incisa sul muro si ripete in loop: “all I need is..”.Non aggiunge oggetti allo spazio, ma agisce direttamente sulla superficie, scavandola e facendo emergere tracce del passato che hanno attraversato quelle mura. In una casa che sta per essere ristrutturata, il gesto assume un peso particolare: l’opera è destinata a scomparire con il restauro. Resta però la domanda implicita sull’essenzialità, su ciò che è davvero necessario.

Infine, nel corridoio, una moodboard e le planimetrie del progetto di restyling anticipano il futuro dell’appartamento. Questa presenza silenziosa del “dopo” rende ancora più evidente la natura temporanea della mostra. Colombina Reloaded esiste in un intervallo preciso: quello che separa ciò che la casa è e ciò che la casa diventerà. La forza del progetto sta proprio in questa condizione di passaggio. Le opere non cercano di trasformare lo spazio, ma si inseriscono nella sua fragilità, accettandone la natura provvisoria. Quando i lavori inizieranno, le tracce degli interventi scompariranno, le pareti verranno ridipinte, le superfici ridefinite. Eppure qualcosa resterà: la consapevolezza che ogni trasformazione non è mai una cancellazione totale, ma ridefinire ciò che già esiste.

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