Villiam Miklos Andersen alla Fondazione Elpis. Le infrastrutture invisibili che modellano i desideri contemporanei

Villiam Miklos Andersen trasforma oggetti e ambienti quotidiani in dispositivi sensoriali che interrogano l'idea di comfort, consumo e identità

Esiste un non-luogo in cui l’idea transita, prima di diventare merce. Uno spazio virtuale, che si declina in una pluralità geografica di processi, lavorazioni, mani umane, mani meccaniche, spedizioni. Solitamente, ciò che possediamo è fatto da altri, dagli abiti che indossiamo al tavolo su cui pranziamo, dalla lampada a soffitto di design acquistata online alla carne o verdura già ben tagliata che cuciniamo. Il nostro secolo è figlio del comfort, delle consegne a domicilio, del vuoi-click-puoi. In questa condizione globale nasce Smooth Operator, la prima personale in Italia di Villiam Miklos Andersen, appena inaugurata ed esposta fino al 14 giugno negli spazi di Fondazione Elpis, a Milano. 

Curata da Gabriele Tosi, la mostra riunisce opere realizzate in più parti del mondo, la cui originalità ed esistenza è tracciata dall’unicità dei codici di spedizione e logistica. Smooth Operator gioca con gli opposti e ribalta le prospettive solite di oggetti quotidiani, riletti in chiave di economia e circolazione del benessere. I sentimenti rispondono all’impulso di possesso, ma vengono ribaltati da una prospettiva atemporale che interseca brutalità ed estetica queer. Oggetti standardizzati cambiano registro, attraverso materiali e lavorazioni che li rendono sensoriali, luminosi, colorati con ritmo, odore, tatto e trasparenze. 

Come ci si sente a trovarsi in ambienti pensati per altri scopi? La sensazione di scivolare fuori dal controllo è palpabile, quando ci si imbatte nell’opera Mobile Sauna, collocata negli spazi del cortile. Un veicolo bellico, appartenente alla Seconda Guerra Mondiale e preposto per il trasporto di umani rivela al suo interno una sauna svedese: le due panche in legno tipiche delle saune, la stufa con le braci al centro. Ma ancora una volta, l’elemento discordante. All’interno, un monitor che proietta a testimonianza il viaggio percorso dell’opera fra le varie mete europee, non lascia tempo al relax; all’esterno il camino della stufa coglie impreparati nell’estetica di un veicolo. Quando in funzione, emette un fumo che rimanda ad atroci memorie di guerra. Ci piaccia o no, giocare o essere ingannati dall’arte, dall’idea, dallo scopo crea un corto circuito decisamente interessante.

Ancora, al piano superiore si esplorano temi di unicità, ristoro, svago, tempo privato che tuttavia sfugge alla libertà di poterseli godere per quanto desideriamo. Gli occhi incrociano opere come Water Cooler (office scene), un raffinatissimo intarsio di più tipi di legno cristallizza l’immagine di alcuni colleghi di lavoro attorno al distributore dell’acqua. Un momento di pausa dagli schermi, in cui un sorso d’acqua diventa la scusa per parlarsi, socializzare, ma anche l’illusione di andarsene dalla scrivania, per poi ritornarvici fino alla fine della giornata di lavoro. L’elemento dell’acqua però è un’illusione, come l’empatia che si crea in uno scambio di brevi frasi da intermezzo. Appena dietro al muro, nella sala retrostante è esposta la scultura omonima, che riproduce fedelmente in bronzo, onice e luce il distributore dell’acqua, diventato lampada. Un oggetto realizzato in più parti del mondo, assemblato e consegnato ai nostri occhi come opera unica ci illumina letteralmente su quanto il gusto estetico e il design dialoghino con noi più dell’idea stessa di necessità. 

Sempre sullo stesso piano, Cabin 1, Cabin 2 e Cabin 3 esercitano sul fruitore una sorta di repulsione e attrazione allo stesso tempo, box essenziali che possono essere bagni pubblici così come spogliatoi o cabine del telefono, cabine per fototessere. Spazi di isolamento, ma anche di riconoscimento, rivestiti di materiali lucenti e colorati per un risultato minimal e pop allo stesso tempo. Il sottile gioco di sottrazione e addizione, logistica e movimentazione, estrazione e lavorazione percorre Smooth Operator in un’avvolgente sensorialità fra vista, tatto, udito e olfatto che porta a trasformare identità e soggettività. Sperimentazione e unicità sono indagini che si intersecano al punto tale che domanda e risposta non sono più tematiche necessarie.

Abbandonarsi all’ironia di Andersen è l’esperienza. Mettere assieme i propri pezzi emotivi è la sfida. Le suggestioni dialogano perfettamente con gli ambienti della Fondazione Elpis. «Il lavoro di Villiam Miklos Andersen rende visibili le infrastrutture invisibili che assicurano la nostra esperienza quotidiana del comfort. Le sue opere mostrano come ciò che percepiamo come cura e benessere sia spesso il risultato di sistemi progettati per orientare comportamenti, desideri e forme di appartenenza. Smooth Operator mette in luce questa ambivalenza, rivelando il comfort non come stato naturale, ma come un dispositivo culturale e poetico». Sono le parole di Gabriele Tosi, curatore. Un’ode al silenzioso microcosmo di azioni e connessioni logistiche che si celano dietro alla ricezione di un oggetto. Crepe che rivelano bagliori ed esistenze di cui non sapremo mai i volti o che si nascondono come rughe dietro al trucco. E che tuttavia, sono segni unici di autenticità.

Il progetto è prodotto da Fondazione Elpis con il contributo della New Carlsberg Foundation, della 15. Juni Fonden, della Danish Arts Foundation, della Knud Højgaard Fond e della Den Hielmstierne-Rosenkroneske Stiftelse.

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