Entrare negli spazi di A-C CREATIVE STUDIO a Milano significa subito sospendere la certezza del visibile. La personaleDoppelgänger diSantaSeveso, curata da Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci e visitabile fino al 28 febbraio, non racconta, non spiega; svela. E ciò che svela è uno scarto, sottile e perturbante, tra ciò che l’occhio riconosce e ciò che la mente fatica a decifrare. Come nota la curatrice, la pratica dell’artista «non mira alla rappresentazione, bensì alla rivelazione di uno scarto: uno scarto che è, in senso pienamente freudiano, perturbante».
Il Doppelgänger qui non è figura narrativa: è struttura interna all’opera. In Candy Skkinn, le caramelle, levigate e luminose, seducono come segni di consumo e gratificazione immediata, ma nascondono una presenza corporea immersa nella materia. Diventano «un proprio Doppelgänger: non più oggetto di consumo, ma reliquia, involucro definitivo di una traccia umana». L’apparenza ludica si incrina e il piacere diventa memoria immobilizzata, tensione sospesa tra attrazione e dissoluzione.


Lo stesso meccanismo si ripete nel ciclo People, dove aghi e fili da cucito, strumenti di unione e protezione, vengono sottratti al tempo e rinchiusi in teche trasparenti. Ogni oggetto è unico, irripetibile, congelato: «Oggetti che sopravvivono alla propria funzione, trasformandosi in immagini fossilizzate di ciò che non potrà più accadere». Il familiare come estraneo, le spettatore si trova a confrontarsi con un senso di inquietudine che non si placa.
In My Personal Battle, gli elmi si fanno dispositivi di separazione: trasparenti, fragili, riti di punte, non difese in isolamento. Sono «il Doppelgänger della protezione: non strumenti di salvezza, ma segni di una solitudine strutturale». È un mondo in cui la funzione tradizionale degli oggetti si rovescia, in cui ciò che protegge separa, ciò che unisce isola, e ciò che appare vivo è congelato nel suo silenzio.
Non sorprende allora l’accostamento con il cinema di David Lynch. Come in Mulholland Drive, il Doppelgänger non è raddoppiamento speculare, ma frattura dell’identità, presenza che accusa e attraversa l’esperienza dello spettatore. È Freud che la chiave: il perturbante emerge quando ciò che dovrebbe restare nascosto riaffiora, trasformato in immagine. SantaSeveso non rappresenta la crisi, la mette in scena; mostra il doppio silenzioso, la traccia stabilizzata, l’oggetto che custodisce il suo altro dentro la materia stessa.

Il nome dell’artista, SantaSeveso, racchiude già questa poetica: fusione dei cognomi dei genitori, sintesi e raddoppiamento, memoria e creazione. Come il suo segno zodiacale, la Bilancia, ogni opera oscilla tra poli opposti, tra attrazione e rifiuto, tra presenza e assenza. Non c’è risoluzione, non c’è coincidenza pacificata. Doppelgänger è dunque uno spazio sospeso, dove il familiare si trasforma in estraneo, la funzione in immagine, e l’osservatore diventa parte della frattura. SantaSeveso non offre consolazioni: offre uno sguardo sul doppio contemporaneo, inquieto e irriducibile, capace di interrogare identità, memoria e percezione con la silenziosa potenza di ciò che resta invisibile ma sempre presente.


