Francesco Jodice racconta in un volume l’archivio vivente di Oasi Zegna

Presentato nello studio milanese dell’artista il volume che raccoglie il progetto realizzato per il venticinquesimo anniversario di Fondazione Zegna

Lo studio di Francesco Jodice, a Milano, si è trasformato per un mattino in uno spazio di riflessione condivisa con la presentazione del volume Racconti di boschi, di fabbriche e di persone. Realizzato per Fondazione Zegna in collaborazione con Sara Gentile e a cura di Ilaria Bonacossa, il libro edito da Dario Cimorelli Editore costituisce l’esito di un progetto stratificato, sviluppato in occasione del venticinquesimo anniversario della Fondazione.

Jodice ha chiarito fin dalle prime battute la natura non celebrativa dell’intervento: «Non era una commissione: era il desiderio di osservare e lasciarsi attraversare da questo luogo». Parole che restituiscono la postura etica dell’artista, distante da ogni logica illustrativa. L’Oasi Zegna, il Lanificio, la comunità di Valdilana non sono stati oggetti da rappresentare, ma interlocutori da ascoltare. Il progetto si inscrive in una genealogia dello sguardo: a distanza di quasi vent’anni dal lavoro che Mimmo Jodice dedicò all’Oasi e agli interni del Lanificio, Francesco torna sugli stessi luoghi, ma senza sovrapporsi. Se il padre aveva restituito un’immagine sospesa e quasi metafisica del paesaggio industriale e naturale, il figlio sceglie la via del dialogo, dell’attraversamento, dell’interrogazione critica. Non una continuità stilistica, bensì una continuità di attenzione.

La fotografia, in questo contesto, si configura come dispositivo conoscitivo. Il territorio emerge come un archivio vivente, fatto di stratificazioni visibili e invisibili: «Sono racconti: non c’è un elemento unico e centrale, ma una pluralità di voci. L’oasi, il paesaggio naturale, la comunità e la fabbrica: non è possibile immaginare questo territorio senza l’intreccio di questi elementi». L’idea di racconto plurale sostituisce quella di icona. Nessuna immagine-simbolo definitiva, ma una costellazione di presenze.

Eppure, tra queste presenze, una si impone con forza paradigmatica: «La fabbrica è forse l’immagine più importante per questo territorio. L’uomo, anche quando non c’è, si percepisce nel movimento». La fabbrica non come monumento, ma come organismo; non come reliquia del Novecento, ma come traccia attiva di una relazione tra lavoro, paesaggio e comunità. L’assenza dell’uomo diventa paradossalmente la sua forma più intensa di presenza, inscritta nei ritmi, nelle architetture, nei flussi.

Determinante, in questo processo, è stato il coinvolgimento delle giovani generazioni attraverso il workshop Che cosa vedi?, condotto con Sara Gentile. «Abbiamo utilizzato i ragazzi come punto di partenza per la seconda parte del lavoro. È stato un circolo: loro interpretavano le nostre immagini, noi cercavamo fotografie che raccontassero le loro». Il progetto si è così trasformato in uno scambio intergenerazionale, in cui l’autorialità si è fatta porosa, attraversata da sguardi altri. Le tre opere inedite presentate in studio nascono proprio da questo dispositivo circolare: traduzione, reinvenzione, restituzione.

Anna Zegna, Presidente della Fondazione, ha sottolineato la capacità dell’artista di cogliere l’essenza profonda del luogo: «Ha colto lo spirito del luogo: la fabbrica, la comunità, l’arte e la montagna. La sintesi perfetta descritta in un modo che non sarei mai riuscita a immaginare». Una dichiarazione che evidenzia come il progetto non si limiti a documentare, ma riesca a produrre una nuova consapevolezza simbolica del territorio. Il volume, che raccoglie il corpus delle opere insieme a testi critici e a un dialogo tra artista e curatrice, interroga così il ruolo della fotografia nell’epoca della proliferazione digitale, riaffermandone la funzione pubblica e civile. In linea con la poetica di Jodice, l’arte si conferma allora pratica partecipativa, spazio di negoziazione.

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