Adrian Paci a Foligno, l’arte come spazio di attesa

All’ex Chiesa della SS. Trinità in Annunziata il talk inaugurale della mostra Interregnum che ripercorre la carriera dell’artista albanese

È un racconto che intreccia vita privata e storia collettiva quello che Adrian Paci porta a Foligno in occasione del talk di apertura di Interregnum, la mostra curata da Italo Tomassoni e ospitata negli spazi dell’ex Chiesa della SS. Trinità in Annunziata, sede anche della Calamita Cosmica di Gino De Dominicis. Un intervento che ripercorre le tappe fondamentali della sua ricerca, mettendo al centro i temi che da sempre attraversano il suo lavoro: l’esilio, l’attesa, la precarietà, il rito, la memoria.

Classe 1969, nato a Scutari, Paci si forma all’Accademia di Tirana negli anni del realismo socialista, in un contesto in cui l’arte aveva una funzione dichiaratamente propagandistica. «L’arte doveva essere socialista nella forma e nei contenuti», ricorda. Artisti come Picasso e Chagall erano proibiti. Inizia come pittore, ma presto avverte l’esigenza di superare un linguaggio percepito come limitante, cercando una maggiore libertà espressiva. Il 1997 segna una svolta: nel pieno della crisi albanese, Paci lascia il Paese e si trasferisce in Italia. L’esperienza dell’emigrazione incide profondamente sulla sua pratica. «La vita fa irruzione nel percorso artistico», afferma. È in questo momento che il video diventa un mezzo centrale del suo lavoro.

Tra le prime opere video, Albanian Stories (1997) nasce quasi per caso: l’artista filma la figlia mentre racconta alle bambole storie che mescolano realtà e immaginazione. Il contesto domestico diventa spazio di rielaborazione dell’esperienza dell’esilio. Poco dopo, con Back Home (2001), invita amici emigrati a posare davanti ai dipinti delle loro case abbandonate in Albania, trasformando la pittura in fondale simbolico della memoria.

Il rapporto tra arte e realtà si fa ancora più evidente in Believe Me, I Am an Artist (2000), lavoro nato da un episodio personale. Dopo aver sviluppato alcune fotografie delle figlie con il timbro di uscita dall’Albania impresso sulla pelle – parte del progetto Exit – Paci viene convocato in commissariato con l’accusa di abuso di minori. Il video documenta il tentativo dell’artista di spiegare la natura simbolica delle immagini. Ne emerge una riflessione sulla fragilità del ruolo dell’artista e sulla difficoltà di far comprendere il linguaggio dell’arte fuori dal sistema che lo legittima.

Il tema della trasformazione attraversa Vajtojca (2002), in cui Paci mette in scena il proprio funerale simbolico. Una prefica – figura tradizionale del lamento funebre in Albania – piange su di lui ancora in vita. Il rito diventa metafora della separazione dalla terra d’origine. In The Guardians (2015), girato nel cimitero cattolico di Scutari abbandonato durante la dittatura, alcuni bambini giocano e si prendono cura delle tombe. Il video riflette sul rapporto tra memoria e oblio, tra vita e morte. La precarietà economica e sociale è invece al centro di Turn On (2004): uomini in cerca di lavoro tengono lampadine alimentate da generatori elettrici, in un’Albania segnata da continui blackout. L’accensione delle luci trasforma l’attesa in immagine collettiva.

L’attesa ritorna in Centro di Permanenza Temporanea (2007), girato all’aeroporto di San Jose, in California. Un gruppo di persone resta fermo su una scaletta d’imbarco collocata al centro della pista, in attesa di un aereo che non arriva. Il titolo richiama i centri di detenzione per migranti in Italia, evocando una condizione di sospensione burocratica ed esistenziale. Anche il tema dell’incontro assume una dimensione pubblica e rituale. In The Encounter (2011), a Scicli, Paci colloca una sedia al centro di una piazza e stringe la mano ai passanti. Dieci anni dopo, durante la pandemia, realizza U ‘ncuontru (2021), rilettura del rito pasquale della “Madonna Vasa Vasa”: i portatori simulano la processione senza le statue sacre, rendendo visibile l’assenza.

Il fulcro della mostra è però Interregnum (2017), lavoro costruito a partire da immagini d’archivio dei funerali di leader e dittatori del Novecento provenienti da diversi Paesi comunisti. Il titolo richiama una celebre riflessione di Antonio Gramsci: il momento in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere. Nel video, le folle in lacrime mettono in scena un dolore che appare insieme autentico e imposto. L’opera invita a interrogarsi sul rapporto tra individuo e potere, tra emozione privata e rappresentazione pubblica.

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