La Mole come set cinematografico, Riccardo Ghilardi racconta Torino in un piano sequenza

Alle Gallerie d’Italia – Torino la Mole Antonelliana diventa un set fotografico in un racconto corale tra cinema, architettura e immaginazione

C’è un modo di raccontare un luogo che non passa dalla descrizione, ma dall’interpretazione. È la strada scelta da Riccardo Ghilardi nella mostra Piano sequenza la Mole, alle Gallerie d’Italia – Torino fino al 1 marzo 2026, curata da Domenico De Gaetano. Un progetto che nasce in occasione dei 25 anni del Museo Nazionale del Cinema e che trasforma il monumento simbolo della città – la Mole Antonelliana – in un grande dispositivo narrativo.

Il titolo è più di una suggestione: l’esposizione è costruita davvero come un lungo piano sequenza, una progressione di immagini che non si limita a “celebrare” la Mole o il museo, ma li usa come macchina scenica. Il cinema qui non è soltanto tema: è metodo. Ogni fotografia lavora come un fotogramma che lascia intuire un prima e un dopo, un fuori campo, una storia che continua oltre il margine dell’immagine.

Il punto di partenza è audace: chiamare a raccolta attori e registi – italiani e internazionali – e farli entrare nel museo non come ospiti, ma come interpreti. Ghilardi li ritrae all’interno dell’allestimento, tra le collezioni, lungo le scale, dentro gli spazi che di solito appartengono alla logistica e al dietro le quinte. Persino dove il pubblico non arriva: sotterranei, cunicoli, labirinti, e in alcune immagini persino l’idea dell’impossibile, come l’esterno della cupola.

Il risultato è una Mole “recitata” e insieme reinventata. Non è la Mole cartolina e nemmeno la Mole museo: è la Mole come set, come spazio mentale, come architettura pronta a farsi racconto.

Il cast è impressionante, e non solo per i nomi: da Martin Scorsese a Tim Burton, da Sharon Stone a Monica Bellucci, da Paul Schrader a Xavier Dolan, da Ron Howard a Damien Chazelle, passando per attori e registi che rappresentano generazioni e immaginari diversi. Ma il punto è l’intuizione forte del progetto: che ognuno di loro porta con sé un modo diverso di stare dentro la macchina cinema e quindi dentro la macchina-Mole.

Le fotografie funzionano su più livelli. In alcune immagini gli artisti sono colti in una dimensione quasi domestica, come se il museo fosse una casa abitata: tè, vestaglie, gesti ordinari. In altre, invece, la Mole diventa luogo del desiderio e della fantasia: qualcuno danza sulla cupola, qualcun altro si muove come dentro un film ancora da girare. Ci sono poi gli scatti che dialogano apertamente con la storia del cinema, citando – senza trasformarsi in esercizio di stile – immaginari riconoscibili, da Mary Poppins a Roma città aperta, fino a Arancia meccanica.

È qui che Piano sequenza la Mole trova la sua identità più convincente: non è una mostra “sul cinema”, ma una mostra che ragiona su come il cinema costruisce luoghi e memorie, e su come un’architettura possa diventare personaggio. La Mole, con la sua verticalità e la sua struttura quasi irreale, sembra fatta apposta per questa trasformazione: non è un contenitore neutro, è un corpo scenico.

A rendere il progetto più contemporaneo interviene anche la componente digitale: attraverso l’App delle Gallerie d’Italia e i QR code lungo il percorso, i visitatori possono accedere a contenuti extra, backstage e testimonianze. Un’estensione che non serve solo ad “aggiungere”, ma che rispecchia la logica stessa del lavoro: l’immagine come frammento, come porta su una narrazione più ampia.

Anche il dialogo tra istituzioni è parte del progetto. La mostra alle Gallerie d’Italia si intreccia con il Museo Nazionale del Cinema con un sistema di biglietti agevolati: chi visita una sede può accedere all’altra con condizioni ridotte. Un modo concreto per riportare la fotografia dentro una rete cittadina e per ricordare che Torino, quando lavora sul cinema, sa farlo come sistema e non come evento isolato.

In definitiva, Piano sequenza la Mole è una mostra che mette insieme tre immaginari potenti – fotografia, cinema, architettura – senza farli collassare l’uno nell’altro. Ghilardi costruisce un racconto corale in cui la Mole non è sfondo ma protagonista, e in cui ogni ritratto diventa una piccola scena. Tanti fotogrammi, sì, ma con un effetto raro: l’impressione di essere davanti a un unico film, girato dentro il monumento più iconico della città.

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