Ogni Capodanno lunare inaugura non soltanto un nuovo ciclo temporale, ma una costellazione simbolica che attraversa cultura, immaginario e mercato globale. Quando si entra nell’Anno del Cavallo, il calendario tradizionale cinese evoca un archetipo. Energia, movimento, slancio vitale, successo. Settimo dei dodici animali dello zodiaco il cavallo nella cosmologia cinese appartiene alla dimensione yang, quella più attiva e dinamica. È il segno del viaggio, dell’ambizione, della libertà, ma anche della forza disciplinata.

Il Capodanno cinese, o Chunjie, la Festa di Primavera, è il momento in cui questi significati si condensano in riti collettivi: lanterne rosse, fuochi d’artificio, danze del leone e del drago, calligrafie augurali appese alle porte. Le decorazioni raffigurano l’animale dell’anno, trasformandolo in icona domestica e pubblica. Le tradizionali stampe popolari (nianhua) e i papercut lo stilizzano in forme propiziatorie, mentre l’industria globale lo reinterpreta in gadget, design e capsule collection. La ciclicità zodiacale diventa così dispositivo identitario e piattaforma visiva contemporanea.
Ma il cavallo, nella cultura cinese, è molto più che un simbolo astrologico. È stato veicolo di espansione imperiale, strumento militare, segno di prosperità. Durante la dinastia Tang (618–907), epoca di straordinaria apertura culturale, le celebri sculture funerarie in terracotta smaltata sancai raffiguravano cavalli robusti, spesso di razza centroasiatica, testimonianza dei traffici lungo la Via della Seta. L’animale incarnava l’incontro tra civiltà, la mobilità del potere, la connessione tra centro e periferia dell’Impero. Nel Novecento, Xu Beihong ha trasformato il cavallo in un’icona della modernità cinese. Le sue pitture a inchiostro, rapide e nervose, restituiscono animali lanciati al galoppo, criniere mosse dal vento, corpi in tensione. Non sono semplici esercizi di stile: diventano metafore della rinascita nazionale, dell’energia collettiva proiettata verso il futuro. Il cavallo, qui, è forza storica.
Dalle sculture equestri romane ai monumenti rinascimentali, fino alla grande tradizione pittorica europea il cavallo è stato associato al dominio, al controllo, alla rappresentazione del potere sovrano. Il cavallo addomesticato è la misura della civiltà. Nel Novecento, questa iconografia si incrina. Marino Marini, con i suoi celebri Cavalieri, mette in scena una modernità instabile. I corpi dei cavalli sono tesi, talvolta immobili, mentre il cavaliere appare fragile, disarcionato, in bilico. Non più trionfo, ma crisi. Il rapporto tra uomo e animale diventa metafora della perdita di controllo, del trauma storico del secolo breve.

Nel 1969, Jannis Kounellis porta dodici cavalli vivi nella Galleria L’Attico di Roma. Non sculture, non rappresentazioni: animali reali, legati alle pareti dello spazio espositivo. L’opera, tra le più radicali dell’Arte Povera, scardina il confine tra natura e istituzione artistica. Il cavallo non è simbolo né allegoria: è presenza fisica, odore, respiro, peso. È il ritorno del reale dentro il sistema dell’arte. E insieme è un gesto politico, che sottrae l’animale alla monumentalità eroica per restituirlo alla sua nudità biologica.
Qualche decennio dopo, Maurizio Cattelan utilizza il cavallo in tutt’altra direzione. In opere come Novecento (1997), un cavallo tassidermizzato sospeso al soffitto, o in installazioni dove l’animale appare abbattuto, colpito, immobilizzato, la figura equestre diventa immagine di sconfitta e disillusione. Se nella tradizione il cavallo rappresentava slancio e conquista, in Cattelan è corpo vulnerabile, vittima silenziosa. L’eroismo si trasforma in ironia tragica; la retorica del progresso lascia spazio a un senso di fine corsa.

Anche in altri contesti contemporanei il cavallo assume connotazioni ambivalenti. È animale mitico e insieme sfruttato; simbolo di libertà ma anche di controllo. Nelle pratiche installative e performative, la sua immagine viene spesso caricata di tensioni ecologiche, postcoloniali o memoriali. Il cavallo come spettro di un passato imperiale, come emblema della velocità capitalistica, come figura di resistenza organica in un mondo digitalizzato. La potenza simbolica del cavallo sta forse proprio in questa ambiguità. Tra il domestico e il selvaggio, forza naturale e costruzione culturale. Attraversa la storia come un filo rosso che collega imperi, rivoluzioni, avanguardie. Entra nei templi, nei monumenti, nelle gallerie, nei musei. Vive nei calendari zodiacali e nelle installazioni concettuali.
Nel tempo accelerato della contemporaneità, il cavallo resta come metafora del nostro desiderio di movimento. Ma l’arte ci ricorda che ogni corsa implica una direzione, un controllo, un rischio di caduta. E forse è proprio questa tensione a rendere l’Anno del Cavallo un invito a interrogare il nostro rapporto con la velocità, con il potere e con l’immaginario che li sostiene.



