Table Manners, quando l’arte diventa un dialogo aperto

Nata come piattaforma virtuale, "Table Manners" approda nello alla Galleria Barbati di Venezia con una collettiva che mette in dialogo 50 artisti provenienti da tutto il mondo

Quando si visita una mostra, ciò che si incontra è il risultato finale di un processo lungo e stratificato, che resta in larga parte invisibile allo sguardo del pubblico. Il lavoro dell’artista è spesso solitario e meditativo, fatto di tentativi, ripensamenti e dialoghi interiori. Ciò che resta escluso allo sguardo di noi visitatori è proprio il processo che ha generato l’opera: i dubbi, le incertezze, le difficoltà materiali e concettuali che accompagnano il lavoro dell’artista. Ed è proprio in questo spazio intermedio fatto più di domande che di risposte che si inserisce l’intervento di Pia Sophie Ottes, curatrice della mostra Table Manners in corso fino al 14 febbraio alla Galleria Barbati di Venezia.

La mostra nasce per celebrare i cinque anni del progetto The Artist Around Table, una piattaforma globale ideata dalla curatrice per fornire supporto e ascolto agli artisti durante il lockdown. «L’idea è nata da conversazioni avute con amici artisti i quali stavano vivendo momenti di forte incertezza durante il lockdowm», spiega Pia Sophie Ottes. Da piccoli incontri su Skype, il progetto si è evoluto nel tempo: ogni partecipante invitava un altro artista e la comunità cresceva progressivamente. «Dal 2022 ho scelto di dare al progetto una direzione più definita. Incontravo personalmente gli artisti nei loro studi per conoscere loro e i loro lavori, affiancando alle conversazioni tra artisti un confronto costante con professionisti del settore», prosegue. Oggi la piattaforma online si traduce in una mostra nello spazio espositivo della Galleria Barbati di Venezia, riunendo 50 artisti provenienti da 18 paesi, tutti partecipanti a The Artist Around Table.

Il percorso espositivo, articolato su due livelli, non segue un fil rouge tematico ben definito né una suddivisione disciplinare. Lascia piuttosto emergere in modo organico alcune linee di forza che attraversano l’intero progetto. Tra queste, la vulnerabilità, la crescita e la trasformazione nel tempo; il lavoro invisibile che precede e sostiene ogni opera; la tensione costante tra la solitudine dello studio e il bisogno di comunità come condizioni strutturali del fare artistico.

In questo senso, la mostra non si limita a presentare cinquanta pratiche differenti, ma costruisce un ambiente in cui la cura – verso la propria ricerca, verso gli altri – diventa principio curatoriale implicito. Curiosità e sostegno reciproco non sono solo valori che caratterizzano il progetto, ma dispositivi che informano l’intero impianto espositivo, traducendo in forma visiva e spaziale ciò che nel tempo è maturato attraverso il dialogo.

All’intero dello spazio espositivo si snodano opere realizzate con tecniche e linguaggi tra i più disparati: scultura, installazione, materiali tradizionali e sperimentazioni inattese convivono senza gerarche evidenti. Questa eterogeneità non genera dispersione, né disorienta lo spettatore, ma appare come una precisa scelta curatoriale: lo spazio si configura come una tavola attorno alla quale si intrecciano voci, posizioni e sensibilità differenti. Come in ogni convivio autentico, non è l’uniformità a garantire l’armonia, ma la capacità di ascolto e coesistenza.

In questo contesto il bronzo di Cancer season (2024), scultura in bronzo di Ambra Castagnetti dialoga con la fragilità effimera dello zucchero soffiato con cui è stato realizzato il lampadario di Sophie Lloyd, September Sweet (2025): la prima indaga il corpo e la sua vulnerabilità attraverso una materia storicamente legata alla monumentalità, mentre la seconda costituisce un lampadario barocco tanto seducente quanto precario. Linguaggi lontani che, nello spazio condiviso della galleria, trovano un equilibrio dinamico, come conversazioni parallele che si sfiorano senza annullarsi.

Se Table Manners trova nella Galleria Barbati una configurazione pensata in dialogo con lo spazio veneziano, la mostra non si presenta come un esito finito. «Table Manners non è un progetto chiuso – conclude Ottes – è nato per questo spazio, ma la piattaforma globale che la sostiene è viva e in continua trasformazione. Considero questa mostra la prima di future esposizioni e progetti correlati, pensati per continuare a far dialogare artisti, spettatori e spazi diversi».

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