L’inchiesta sul cosiddetto “cubo nero” dell’ex Teatro Comunale entra nel vivo. La Procura di Firenze ha iscritto nel registro degli indagati almeno dieci persone tra dirigenti e tecnici della direzione urbanistica del Comune, funzionari della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e componenti della commissione paesaggistica. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono abuso edilizio, falso ideologico e violazione delle norme urbanistiche sul paesaggio. Sono già partiti gli interrogatori davanti alla pm titolare del fascicolo.
Al centro dell’indagine c’è il complesso residenziale di lusso sorto nell’area dell’ex Teatro Comunale, in corso Italia, dentro il perimetro Unesco. Al posto dello storico edificio è stato realizzato un intervento firmato dallo studio Vittorio Grassi Architects con tre nuovi volumi residenziali, caratterizzati da superfici metalliche e ampie vetrate scure. Il più discusso, ribattezzato “cubo nero”, è diventato il simbolo di un’operazione che ha cambiato in modo evidente lo skyline cittadino. Il complesso ospita circa 150-156 appartamenti e residenze di fascia alta, in parte destinati a soggiorni temporanei. L’opera è stata completata negli ultimi anni, al termine di un iter urbanistico avviato oltre un decennio fa.

La vicenda giudiziaria prende forma nell’estate 2025, quando la Procura apre un fascicolo conoscitivo dopo il clamore mediatico e politico sollevato dall’impatto dell’edificio. A fine settembre Guardia di Finanza e Carabinieri acquisiscono atti e documenti negli uffici comunali e in Soprintendenza per ricostruire l’intero percorso autorizzativo: permessi edilizi, pareri paesaggistici, prescrizioni e verifiche.
È proprio su questo punto che si concentra il lavoro degli inquirenti: accertare se le prescrizioni contenute nelle autorizzazioni paesaggistiche siano state rispettate e se i controlli siano stati svolti correttamente. Nelle ultime settimane è emerso anche un carteggio tra Comune e Soprintendenza. L’ente ministeriale avrebbe precisato di aver effettuato sopralluoghi relativi alla facciata dell’edificio, ma non al complessivo rispetto delle prescrizioni contenute nel parere paesaggistico. Palazzo Vecchio avrebbe contestato alcune ricostruzioni, parlando di inesattezze. Uno scambio che fotografa il rimpallo sulle competenze e sulle responsabilità.
In un passaggio tecnico, la stessa Soprintendenza ha rilevato che, a opera compiuta, le superfici metalliche appaiono più chiare al sole e più scure in ombra, virando al nero se osservate da lontano, e ha ipotizzato interventi per attenuarne l’effetto visivo. Un dettaglio che riporta al cuore della polemica: l’impatto paesaggistico di un intervento in area tutelata.
Sul piano politico, la notizia degli indagati ha riacceso lo scontro. Le opposizioni chiedono che l’amministrazione riferisca in Consiglio e parlano di responsabilità prima di tutto politiche. I comitati cittadini invocano una moratoria sui progetti analoghi. Il Pd e Palazzo Vecchio replicano ribadendo piena fiducia nella magistratura e nel lavoro degli uffici, invitando ad attendere l’esito delle indagini.
Il “cubo nero” resta così al centro di un doppio confronto, giudiziario e politico. La Procura dovrà stabilire se l’iter che ha portato alla realizzazione del complesso sia stato regolare o se vi siano state violazioni e falsità negli atti. Intanto, l’edificio che ha diviso la città continua a dominare il dibattito pubblico, simbolo per alcuni di rigenerazione urbana e per altri di una trasformazione senza adeguate garanzie per il paesaggio.


