Eliseo Mattiacci, l’idea di una scultura senza gravità

Da Studio Casoli una mostra ripercorre la tensione cosmica dell’artista, tra meteoriti, pianeti e rituali primari

Roma è stata il laboratorio decisivo di Eliseo Mattiacci: dagli anni Sessanta in poi, qui l’artista ha costruito una ricerca che ha spinto la scultura fuori dal suo perimetro tradizionale, verso un’idea di forma come energia, attrazione, orbita. Da questa idea, la mostra Camera Spaziale in programma da Studio Casoli dal 12 febbraio al 10 aprile 2026, trasforma lo spazio in un ambiente di attraversamento tra materia e immaginazione astronomica. Inserita in un percorso storico ormai consolidato, dalla partecipazione ad Arte Povera e Im-Spazio alla Biennale di Venezia, fino alle grandi retrospettive degli ultimi anni, la mostra ribadisce soprattutto l’attualità della poetica.

Infatti, dopo una prima fase segnata dall’uso di materiali industriali e urbani e una vicinanza episodica all’Arte Povera, la sua ricerca si concentra sempre più sui metalli, che l’artista definiva materiali vivi. A partire dagli anni Ottanta, il suo lavoro assume una direzione apertamente cosmico-astronomica: la scultura non è più soltanto un corpo nello spazio, ma un campo energetico attraversato da forze visibili e invisibili. Non è un caso che il critico Germano Celant abbia letto la sua opera come un superamento della scultura “ancorata a terra”, sottolineando come l’immaginazione dell’artista fosse rivolta a una visione distante, lunare, in cui l’opera diventa un astro autonomo, privo di base e di peso. Il progetto di Studio Casoli restituisce con chiarezza questo orizzonte: la scultura come corpo celeste, come oggetto che non occupa semplicemente uno spazio ma lo destabilizza ponendolo in relazione con una dimensione più ampia.

Al centro del percorso espositivo si trova Meteoriti (1985–1988), presentata per la prima volta. L’opera nasce dall’immagine di pietre meteoritiche reduci da un viaggio siderale, precipitate improvvisamente all’interno di un ambiente domestico fino a colpirne le pareti. Un’irruzione che altera la percezione dello spazio abitato e produce uno slittamento netto tra familiare e ignoto, tra controllo e perdita di orientamento. Accanto, la mostra mette in dialogo Pianeta (1985) e alcune spirali del ciclo Riflesso del cielo (1989), fusioni in alluminio realizzate a partire da impronte tracciate sulla sabbia. È in questa processualità, che richiama rituali arcaici e un rapporto primario con la terra, che si riconosce un tratto identitario della sua ricerca, la forma che nasce da un gesto elementare, ma tende costantemente a una dimensione planetaria, come se ogni scultura fosse il residuo di un’azione rivolta al cielo.

Camera Spaziale
Dal 12 febbraio al 10 aprile 2026
Studio Casoli, Piazza Costaguti 12 – 00186 Roma
info: Studio Casoli

Articoli correlati