Nella sua sede romana Gagosian inaugura l’11 febbraio Mirrored Fiction, una mostra che prende le mosse dalle celebri sculture iperrealiste di Duane Hanson per aprire una riflessione più ampia sul modo in cui il “reale” viene costruito, osservato e consumato nello spazio sociale. Esposto fino all’11 aprile, il progetto mette in relazione il lavoro di Hanson con artisti appartenenti a generazioni e linguaggi differenti, da Felix Gonzalez-Torres ad Andreas Gursky, da Jeff Koons ad Adam McEwen e Bruce Nauman.

Fulcro dell’esposizione sono le sculture in bronzo dipinto con cui Hanson, a partire dagli anni Sessanta, ha trasformato figure ordinarie della società americana in presenze monumentali. Nate nel clima di rinnovato interesse per la figurazione seguito all’emergere della Pop Art, queste opere mettono in crisi il confine tra realtà e rappresentazione. I suoi personaggi – operai, turisti, lavoratori – sono ritratti senza enfasi eroica: talvolta dimessi, talvolta vulnerabili, ma sempre restituiti con una precisione che interroga lo spettatore sul proprio ruolo di osservatore.
In mostra, Window Washer (1984) occupa il centro dello spazio ovale della galleria: un giovane con secchio e tergivetro, colto in un gesto sospeso, dialoga con Politik II (2020) di Andreas Gursky, installata sulla parete retrostante . L’immagine del fotografo tedesco, che dispone un gruppo di politici secondo una struttura che richiama l’Ultima Cena leonardesca, amplia la riflessione di Hanson sulle classi sociali, estendendola ai sistemi di potere che ne determinano la visibilità.

Altro accostamento significativo è quello tra Bodybuilder (1989–90) di Hanson e Donkey (1999) di Jeff Koons. La figura iperrealista, colta in uno sforzo fisico quasi teatrale, si confronta con la superficie specchiante dell’acciaio lucidato di Koons. Se Hanson insiste sulla fisicità concreta del corpo, Koons restituisce allo spettatore la propria immagine riflessa, evocando desiderio, narcisismo e consumo. Il titolo stesso della mostra, Mirrored Fiction, trova qui una sintesi efficace: la realtà non è mai neutra, ma sempre filtrata, duplicata, rimessa in scena. Nel loro insieme, le opere suggeriscono che il realismo non è una categoria stabile, bensì un dispositivo critico. Attraverso scultura, fotografia e installazione, gli artisti coinvolti mostrano come il quotidiano possa diventare luogo di costruzione simbolica, dove identità individuali e strutture collettive si intrecciano.




