Le forme del desiderio di Robert Mapplethorpe in mostra a Palazzo Reale a Milano

Dopo quindici anni, tornano a Milano gli scatti del fotografo newyorkese tra estetica neoclassica e controcultura

Sarà visitabile fino al 17 maggio la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio, curata da Denis Curti presso Palazzo Reale a Milano e realizzata in collaborazione con Marsilio Arte e con la Fondazione Robert Mapplethorpe, creata nel 1988 a New York dal fotografo con il duplice scopo di promuovere la fotografia come arte a livello istituzionale e sostenere la ricerca contro l’AIDS, di cui lui stesso morì nel 1989 a soli quarantatré anni.

La mostra costituisce la seconda tappa di una trilogia, dopo Venezia e prima di Roma, dedicata all’analisi di vari aspetti della produzione fotografica di Mapplethorpe, e riporta nel capoluogo lombardo i suoi scatti dopo quindici anni dalla sua ultima mostra, tenutasi tra il dicembre del 2011 e l’aprile del 2012 presso la Fondazione Forma per la Fotografia.

L’esposizione milanese si concentra in particolare sulla valenza estetica degli scatti del fotografo newyorkese, che vedono come protagonisti i corpi dei suoi modelli e si caratterizzano per una grande attenzione verso la composizione formale e per espliciti riferimenti alla statuaria antica. Il corpo, nella sua fisicità reale e scolpito dalla luce, è infatti il vero fulcro delle fotografie di Mapplethorpe, sempre costruite da lui con grande perizia per raggiungere un equilibrio compositivo di matrice neoclassica che si integra con una sensibilità spiccatamente contemporanea, fatta di desiderio e trasgressione. Mapplethorpe si muove nel contesto delle sottoculture newyorkesi tra anni Sessanta e Ottanta che, impegnate nell’affermazione delle proprie identità marginalizzate, nelle sue fotografie assurgono a dignità estetica, a modello di bellezza, senza ridursi mai – nemmeno nei suoi scatti più espliciti – a provocazione fine a se stessa.

La mostra milanese propone un percorso articolato in varie sezioni tematiche, a partire da una sala interamente dedicata ai suoi collage multi-materici (citiamo, solo a titolo d’esempio, opere come Madonna del 1968, Untitled. Layers of Underware del 1970 o Stars del 1971 che uniscono ritagli di carta, biancheria intima e icone cattoliche), realizzati tra fine anni Sessanta e anni Settanta e caratterizzati da un gusto per la messa in scena che poi coltiverà nella sua produzione fotografica, iniziata nei primi anni Settanta quando gli viene regalata una Polaroid.

Gli esordi di Mapplethorpe negli anni Settanta sono anche segnati dalla sua relazione con Patti Smith, prima che diventasse una icona della musica internazionale: sua amica e amante, viene da lui rappresentata in molti scatti che la ritraggono con dolcezza e intimità, lasciando trasparire la grande ammirazione personale e artistica che il fotografo ha sempre provato per lei.

Altra donna centrale nella produzione di Mapplethorpe è Lisa Lyon, a cui è dedicata un’altra sezione della mostra. Modella e bodybuilder, unisce alla sinuosità del corpo femminile il vigore muscolare maschile in una figura androgina che va oltre la tradizionale contrapposizione dicotomica tra uomo e donna e viene ritratta ora in pelliccia o in abito da sera, ora intenta in esercizi di culturismo che enfatizzano la muscolatura.

Tale ambiguità traspare anche in molti autoritratti dello stesso Mapplethorpe che si rappresenta nelle vesti di Rrose Selavy (alter egodi Marchel Duchamp en travesti) oppure a petto nudo e truccato con ombretto e rossetto. Giocando con la fluidità di genere e di identità, nei suoi autoritratti il fotografo può essere di volta in volta uomo, donna, un gangster armato di mitra o un dandy in vestaglia damascata, fino a rappresentarsi alle soglie della morte, nel 1988, con il volto scavato dalla malattia in secondo piano dietro alla sua mano che regge un bastone da passeggio ornato da un teschio.

Gran parte della sua produzione fotografica è costituita da ritratti, accuratamente costruiti in studio e realizzati mantenendo sempre un rapporto intimo e diretto con gli effigiati. Mapplethorpe, infatti, struttura la composizione in modo molto minuzioso ma sempre rispettando l’individualità del soggetto ritratto che quasi sempre ha un nome e un cognome. Non si tratta infatti di anonimi modelli, bensì di persone con la propria specifica identità. Ecco, dunque, che ci troviamo di fronte a un gesticolante Joseph Kosuth (1982), al volitivo profilo di Paloma Picasso (1980), all’etereo volto di Doris Saatchi (1983) – che sembra emergere senza corpo dall’oscurità dello sfondo – o a una giovane Cindy Sherman (1983), per una volta priva dei suoi camaleontici travestimenti.

Il vero fulcro della mostra milanese è però costituito dalla sezione intitolata “Nudi e fiori”, che occupa quasi metà dell’intero percorso espositivo e propone al pubblico un ampio campionario di ritratti fotografici di corpi monumentali e statuari, per lo più di uomini afroamericani. Corpi nudi, luminosi e muscolosi, si alternano a fotografie di esili fiori, stabilendo suggestivi contrasti e assonanze in bilico tra desiderio ed erotismo più o meno esplicito. Questi corpi statuari, quasi delle sculture classiche in carne e ossa, sono altresì affiancati da primi piani di dettagli anatomici decontestualizzati, come braccia in tensione o membri virili, che sembrano sancire un parallelismo con le delicate figure create da petali e pistilli. È il caso, rispettivamente, di fotografie come Derrick Cross (1983), Vibert (1984), Ken Moody (1984), Ken and Lydia (1985) e Calla Lily (1988), Poppy (1988), Orchid (1986).

In queste fotografie non c’è mai malizia, non ci sono tabù, ma solo la rappresentazione libera del corpo desiderabile e dell’identità delle persone ritratte eppure, all’epoca di Mapplethorpe, molte di esse fecero scandalo al punto da essere rimosse da una mostra svoltasi a San Francisco nel 1978. Il fotografo rispose con un’ulteriore personale intitolata ironicamente Censored nella quale confluirono proprio quegli scatti rifiutati e di cui, in mostra, è presente un volantino, assieme ad altri materiali di archivio, tra cui varie riviste d’epoca, alcuni studi di fotografie con appunti di Mapplethorpe e dei santini funebri voluti dalla sua famiglia in occasione del suo funerale.

Il percorso espositivo si conclude, infine, con un’ultima sezione – dal titolo “Statue e nudi” – dedicata alla statuaria antica che, come già ricordato, costituisce un riferimento imprescindibile per l’estetica delle fotografie di Mapplethorpe, anche se filtrata dal suo sguardo estremamente moderno e personale. Qui statue antiche (The Sluggard, 1988 o Female Torso, 1978) sono affiancate a corpi di modelli che ne emulano le pose plastiche (Mr. Jamaica, 1982, o Lisa Lyon, 1981) rielaborando l’ideale di bellezza classico.

Quello che vediamo nelle fotografie di Mapplethorpe, infatti, non è l’ideale di kalokagathìa della paideia greca, in cui il corpo sano e armonico è riflesso di una bellezza interiore e la forma estetica è manifestazione della dimensione etica. Per Mapplethorpe la bellezza non ha implicazioni morali: ciò che egli rappresenta è il corpo di uomini e donne nella sua dimensione più concreta e carnale ma senza scadere mai nella pornografia fine a se stessa. I suoi corpi, insomma, non sono “giusti” o “buoni” in quanto belli ma in quanto tali: il loro stesso esistere – sembra ricordarci Mapplethorpe – li rende degni di rappresentazione, affascinanti, suggerendoci uno sguardo carico di desiderio e capace di andare oltre i pregiudizi della sua epoca (e della nostra).

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