Bice Lazzari e le microscopie del reale

Con una pittura che nasce dalla cose per condurre altrove, la mostra della Gnamc attraversa l’opera dell’artista come un diario visivo sorprendentemente attuale

Artista fondamentale nella storia dell’arte italiana al femminile, Bice Lazzari attraversa il Novecento con un’estrema libertà e coerenza interna che tuttavia non coincide mai con l’adesione a un gruppo, a una corrente o a una formula. La sua è una ricerca ostinata, costruita nel tempo come un diario visivo ricco di rimandi all’arte passata e al centro della mostra Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo a cura di Renato Miracco in collaborazione con l’Archivio Bice Lazzari di Roma, approdata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dopo Palazzo Citterio e che rimarrà aperta al pubblico fino al 3 maggio 2026.

«Rispetto alla tappa milanese – spiega durante la conferenza stampa la direttrice Renata Cristina Mazzantini – il percorso della Gnamc integra un’importante sezione dedicata alle arti applicate con alcune opere pittoriche che spiegano la poliedrica e multidisciplinare attività di un’artista di straordinaria rilevanza, che ha sperimentato con coraggio i diversi linguaggi del Dopoguerra, dando un contributo come donna e come protagonista allo sviluppo dell’arte Italiana». Rifiutando letture riduttive o consolatorie, l’idea curatoriale tiene ben lontana quel biografismo che troppo spesso ha finito per neutralizzare, soprattutto nel caso delle artiste, la complessità e la radicalità dell’opera.

«Inoltre – aggiunge la direttrice dell’Archivio Maria Isabella Barone – grazie ai prestiti di alcune istituzioni internazionali e non, tra cui Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, la Salomon R. Guggenheim Museum di New York e il National Museum Women in the Arts a Washington D.C., i lavori esposti dialogheranno con i tre capolavori già presenti all’interno del museo romano, che furono acquisiti da Palma Bucarelli durante i suoi anni di direzione». La sezione al piano rialzato, curata da Mariastella Margozzi e dedicata alle arti applicate, raccoglie circa 100 bozzetti e manufatti: progetti per cuscini, gioielli, decorazioni murali, tessuti – anche per Giò Ponti – e interventi decorativi in spazi pubblici e privati.

Fin dagli esordi, Lazzari prende le distanze dall’accademismo che le era stato trasmesso: ciò che la attrae, piuttosto, è la scoperta del colore come possibilità assoluta. Muovendosi tra una pittura luminosa en plein air, cara agli impressionisti, e una composizione solida e geometrica che ricorda Cézanne, l’interesse verso le arti applicate arriva nella seconda metà degli anni Venti, quando comincia a produrre manufatti di vario tipo e a collaborare con prestigiosi architetti e decoratori veneziani. Solamente negli anni Sessanta si allontana da quella matericità che cominciava a starle stretta, arrivando a ciò che lei stessa definisce «poetica del segno».

La pittura resta legata al reale, ma a un reale continuamente in trasformazione. Il mondo delle cose non viene riprodotto ma assorbito e ricombinato. «Bice è stata un’artista del suo secolo, che si confrontava liberamente con tutte le voci della storia. La sua è una visione circolare, c’è un’esigenza di alfabetizzazione e esemplificazione totalmente nuova, che è la cifra stilistica di chi sa dove vuole arrivare. Vi è l’umiltà di voler ripensare a un alfabeto totalmente nuovo e in questo ho visto affinità con Rothko» – spiega Miracco.

Nelle sue tele riaffiora spesso un punto d’origine concreto: un dettaglio, una trama, una struttura del mondo esterno osservato come al microscopio, non a occhio nudo, un frammento ingrandito fino a diventare ritmo, segno, misura, poesia. «Moduli ricorrenti, non vuoti ma emotivi da cui scaturiscono architetture emotive» chiarisce il curatore. Forse sono collegamenti inconsci, certo non illustrativi, eppure sufficienti a confermare una verità semplice. Quella che l’uomo non ha mai inventato nulla, ma rielabora ciò che esiste già in natura.

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