Mentre in questi giorni Bologna ospita una nuova edizione di Arte Fiera, una delle kermesse storiche del sistema italiano dell’arte moderna e contemporanea, il tema delle fiere torna a imporsi come una questione che va ben oltre il calendario degli appuntamenti. Non si tratta più soltanto di misurare il successo di un’edizione o di registrare presenze e vendite, ma di interrogarsi sul ruolo che questi eventi continuano a svolgere all’interno di un sistema profondamente mutato. Negli ultimi anni il mercato è cambiato in modo evidente: gallerie che chiudono o si accorpano, costi strutturali in costante aumento, margini sempre più compressi. In questo scenario, la fiera resta centrale, ma diventa uno dei luoghi in cui le trasformazioni del sistema emergono con maggiore evidenza.
A partire da queste trasformazioni, Inside Art ha intervistato alcune gallerie di arte moderna e contemporanea — Galleria Alberta Pane, Galleria Raffaella Cortese, Galleria Poggiali, Eugenia Delfini Gallery e la galleria di Fabrizio Russo — per comprendere come venga percepito oggi il senso della partecipazione fieristica: non solo in termini di presenza e visibilità, ma di sostenibilità economica, valore culturale e impatto reale sul lavoro quotidiano delle gallerie. Ne emerge un quadro articolato, in cui la fiera viene sottoposta a una revisione critica sempre più necessaria.





Partecipare non è più la parola d’ordine
La prima evidenza che emerge è la fine dell’automatismo. Partecipare a una fiera non è più un gesto dovuto né una tappa obbligata del calendario. Fabrizio Russo lo afferma con chiarezza: «Sì, ha senso partecipare alle fiere, ma solo se la partecipazione è parte di una strategia chiara. Le fiere non dovrebbero più essere considerate un passaggio obbligato in automatico». Oggi, aggiunge, devono rispondere a obiettivi precisi: «posizionamento, dialogo con un certo collezionismo, rafforzamento dell’identità della galleria e un giusto confronto con colleghi». È in questa cornice che Russo chiarisce un punto dirimente: «Partecipare “per esserci” non è la politica seguita dalla nostra galleria». Una presa di posizione che mette in discussione una consuetudine ancora radicata nel sistema, secondo cui l’assenza da una fiera equivale a una perdita di legittimità.
Una posizione diversa, ma convergente, è quella di Alberta Pane, che descrive una riduzione consapevole della presenza fieristica: «Ha ancora senso oggi investire nella partecipazione alle fiere, ma solamente in alcune, non in tutte». Negli ultimi anni, spiega, la galleria ha «diminuito la partecipazione, puntando solo su quelle che, secondo il nostro punto di vista, sono più efficaci, come Art Basel e Artissima», distinguendo tra fiere capaci di generare relazioni nel lungo periodo e altre più orientate alla visibilità e alla comunicazione.
Raffaella Cortese non mette in discussione l’utilità delle fiere, ma ne sottolinea la necessità di una misura: «Penso di sì, ma in un modo dosato». Per la sua galleria, questo significa «partecipare a quattro o cinque fiere all’anno», calibrando le scelte in base ai mercati, ai collezionisti e al programma degli artisti, senza perdere l’equilibrio con il lavoro in galleria. Le grandi fiere restano «una risorsa unica», ma a fronte di «un investimento grandissimo» e di un rischio sempre presente.

Vendita, visibilità e relazioni: questione di priorità
Se la partecipazione non è più scontata, lo è ancora meno il valore attribuito alla fiera. La vendita resta necessaria, ma non basta più a giustificare da sola l’investimento. Fabrizio Russo ridefinisce con nettezza le priorità: «La vendita resta importante, ma non è e non deve essere l’unico parametro. Il vero valore oggi è la costruzione di relazioni solide e durature, con collezionisti, curatori e istituzioni. La visibilità è una conseguenza, non un fine». Le fiere, precisa, «funzionano quando generano continuità oltre i giorni dell’evento».
Questa visione introduce una tensione strutturale: un evento concentrato nel tempo viene chiamato a produrre effetti di lungo periodo. Marco Poggiali parla di un equilibrio delicato: «La vendita immediata dà ossigeno alla galleria, ma allestire stand di grande qualità aumenta la visibilità e la percezione positiva della galleria e permette di costruire, a volte, rapporti a lungo termine».
Per Raffaella Cortese, queste dimensioni convivono, ma non senza attriti: «L’obiettivo primario è sicuramente la vendita, perché la fiera, anche la più curata, è comunque per sua definizione commerciale». Allo stesso tempo, però, la visibilità e le relazioni permettono di condividere una visione curatoriale che, nel tempo, può produrre effetti non immediatamente misurabili: «Tengo molto – afferma cortese – a mantenere un equilibrio dinamico tra fiere e mostre, coltivando la ricerca ma anche moltissimo i collezionisti che frequentano la galleria, con sostegno costante e affettuoso. Vediamo la galleria come un luogo dove possiamo esprimerci attraverso le mostre in un modo diverso rispetto a uno stand».
Per Eugenia Delfini andrebbe rimodulata l’importanza che viene data ai rapporti, rimettendo al centro il vero scopo delle manifestazioni fieristiche: «Sarebbe bello – afferma – se il principale valore di una fiera tornasse ad essere la vendita, se lavori bene la visibilità e le relazioni a lungo termine si costruiscono anche in altri contesti o modalità, invece a me pare che al momento in Italia il numero delle gallerie sia in crescita, mentre quello dei collezionisti con la C maiuscola no».

Costi, sostenibilità e limiti del modello fieristico
È sul piano economico che il modello fieristico mostra le sue fragilità più evidenti. Su questo fronte, la valutazione di Alberta Pane è chiara: rispetto ai risultati concreti ottenuti, i costi di partecipazione alle fiere risultano «molto spesso» insostenibili, rendendo necessaria una selezione sempre più rigorosa degli appuntamenti.
Fabrizio Russo amplia il discorso a una dimensione sistemica: «I costi sono diventati un tema centrale e spesso critico. In molti casi il rapporto costi-benefici è fragile, soprattutto per le gallerie di ricerca». Da qui la necessità di «una selezione molto più attenta delle fiere e una progettualità più rigorosa», perché «non tutte le fiere giustificano l’investimento richiesto». Da parte sua, Marco Poggiali richiama l’elemento di incertezza strutturale: «La fiera è per sua etimologia un ambiente imprevedibile». Un’imprevedibilità che rende difficile ogni previsione e che incide non solo sui risultati economici, ma sulle possibilità stesse di programmazione.
Il nodo dei costi ha conseguenze dirette anche sulle scelte artistiche. Raffaella Cortese lo esplicita con chiarezza: «Per compensare i costi, che sono davvero molto elevati, si dovrebbero vendere esclusivamente lavori dalle quotazioni notevoli, escludendo un’intera serie di artisti che meritano promozione». Il lavoro in fiera diventa così una «acrobazia» continua tra prezzi, energie e aspettative, che finisce per comprimere lo spazio della ricerca.
Non sorprende, quindi, che la funzione delle fiere come luoghi di scoperta appaia oggi fortemente ridimensionata. Sul tema della ricerca, Alberta Pane esprime una posizione netta: per la sua esperienza, le fiere sono oggi «raramente» spazi di reale scoperta per le gallerie. Fabrizio Russo osserva che «le fiere tendono a consolidare nomi e posizioni già riconosciute», mentre la ricerca si sposta verso altri contesti. Raffaella Cortese conferma che questa dimensione «non è più centrale come una volta. Un tempo alcune fiere offrivano veri panorami di ricerca e indicazioni di mercato. Oggi questo accade più raramente – aggiunge – anche se può capitare di scoprire, magari attraverso un collega dall’altra parte dell’oceano, un artista interessante che poi si approfondisce».


Meno fiere, più strategia
Di fronte a questi limiti, la risposta delle gallerie è una ricalibrazione delle strategie. Si riduce il numero delle fiere, si affinano le scelte, si cerca di preservare il lavoro in galleria. Raffaella Cortese insiste sull’importanza di «mantenere un equilibrio dinamico tra fiere e mostre», ricordando come in alcuni periodi dell’anno «un gallerista dovrebbe chiudere il proprio spazio e fare solamente fiere».
Per le realtà più giovani, questo equilibrio è ancora più fragile. Eugenia Delfini, attiva a Roma da pochi anni, restituisce un quadro netto: la partecipazione alle fiere resta «inevitabile», ma «davvero impegnativa in termini economici». In un contesto locale poco fluido, spiega, il vero obiettivo diventa spesso quello di «rientrare almeno delle spese vive». «Sarebbe bello – aggiunge Delfini – se le fiere offrissero pacchetti diversificati in base all’età della galleria, ampliassero il numero di premi, aumentassero la tipologia di planimetrie proposte o almeno smettessero di alzare i prezzi!».
Fisco, un sistema ancora sotto pressione
La riduzione dell’IVA al 5% viene accolta come un segnale positivo, ma nessuno la considera risolutiva. Fabrizio Russo la definisce «un segnale importante e positivo» che, nel medio periodo, può incidere sulle strategie commerciali. Alberta Pane parla di un «traguardo importantissimo per l’Italia», mentre Raffaella Cortese ridimensiona l’impatto della leva fiscale, ricordando che le scelte restano guidate prima di tutto da motivazioni culturali e progettuali.
Sul fondo, resta una trasformazione più ampia del sistema. Le chiusure e gli accorpamenti di gallerie indicano un modello sotto pressione. Come osserva Russo, «Il modello tradizionale della galleria è sotto pressione e le fiere ne sono parte. Serve un ripensamento dei ruoli, dei costi e delle aspettative reciproche. Il futuro passa da modelli più flessibili e sostenibili per tutti gli attori coinvolti». E come ricorda Cortese, i margini reali del lavoro di galleria sono sempre più compressi.
Più che stabilire se le fiere abbiano ancora senso, le voci raccolte suggeriscono di spostare la domanda: la fiera non è più un passaggio obbligato né un dispositivo neutro, ma uno strumento che richiede di essere scelto, misurato e giustificato ogni volta. Il nodo non è la loro scomparsa, ma la loro trasformazione, in un sistema che chiede alle gallerie investimenti sempre più alti a fronte di margini sempre più ridotti. La partecipazione fieristica diventa così un terreno di negoziazione continua tra esigenze economiche e progettualità culturale, tra visibilità immediata e sostenibilità nel tempo. Un equilibrio fragile, che mette in gioco non la quantità delle presenze, ma la capacità delle fiere di non trasformarsi da opportunità in fattori di erosione del sistema.


