Dall’Ecce Homo all’angelo Meloni: quando il restauro diventa caso mediatico

L'angelo "Meloni" richiama i restauri "maldestri" e riporta al centro il confronto tra restauro conservativo e integrativo

Negli ultimi giorni la basilica di San Lorenzo in Lucina ha visto un afflusso insolito di visitatori interessati non alla celebre Crocifissione di Guido Reni, ma ad un dettaglio su una parete laterale: il volto di un angelo i cui tratti assomigliano a quelli di Giorgia Meloni. Curiosi, turisti e fedeli si sono recati in massa a osservare da vicino la decorazione, ormai diventata il centro di un’accesa discussione pubblica, tra commenti adirati che chiedono la rimozione e una moltitudine di immagini ironiche.

L’Ecce “Mono” di Cecilia Giménez

Non è la prima volta che un intervento così “maldestro” diventa un caso mediatico di grande portata. Il più celebre è sicuramente il caso di Ecce Homo del Santuario della Misericordia di Borja, realizzato dal pittore spagnolo Elías García Martínez. Nel 2012 l’affresco, non avendo mai subito degli interventi di restauro, si trovava in un forte stato di degrado e per restaurarlo fu chiamata Cecilia Giménez, parrocchiana ultra ottantenne e pittrice dilettante. Il risultato ha reso l’opera irriconoscibile, dandole un aspetto goffo e bislacco, che a molti ricordava una scimmia. L’episodio però è diventato talmente virale da trasformare un disastro tecnico in un’immagine iconica, su cui sono stati addirittura girati dei documentari.

La madonna “Maggie Simpson”

Qualcosa di simile accadde nel 2016 a Sudbury in Canada, dove venne staccata di netto la testa del bambino ad una statua novecentesca di una Madonna col Bambino. Per risparmiare i soldi del restauro, un’artista locale, Heather Wise, si offrì di intervenire volontariamente. La nuova testa, realizzata in terracotta per una statua in pietra, aveva un aspetto grottesco, vagamente simile al personaggio televisivo di Maggie Simpson. Anche in questo caso la vicenda ha fatto il giro del mondo, tanto che il responsabile del furto, sentitosi in colpa, ha deciso di restituire la testa mancante.

Il caso della barba di Tutankhamon

Un altro episodio clamoroso riguarda la maschera funeraria di Tutankhamon, esposta al Museo del Cairo. Nel 2014, un gruppo di dipendenti addetti alla pulizia della maschera staccarono inavvertitamente la barba dal mento del faraone e, per non essere scoperti, provarono a riattaccarla con della semplice colla industriale. Ovviamente i danni furono scoperti poco dopo e i responsabili subirono gravi pene giudiziarie.

Questi episodi, oltre a sollevare serie problematiche per chi si occupa di tutela del patrimonio, diventano talmente assurdi da entrare nell’immaginario collettivo come storie comiche. Nel film Mr. Bean – L’ultima Catastrofe del 1997, Mr. Bean rovina accidentalmente un capolavoro della pittura americana, la Madre di Whistler di James Abbott McNeill Whistler e, provando a pulirlo in tutti i modi, finisce per cancellare completamente il volto della donna e disegnarci sopra.

Restauro conservativo o integrativo

Tutti questi eventi “maldestri” rimandano ad un dibattito molto più ampio e stratificato: la scelta tra restaurazione conservativa e integrativa, due approcci che riflettono visioni completamente diverse. La prima si fonda sull’idea che l’opera debba essere protetta nella sua autenticità materiale. Ogni intervento deve essere limitato a consolidare le parti danneggiate, senza però apportare aggiunte che andrebbero ad intaccarne l’identità e l’antichità. La seconda opzione, invece, nasce dalla necessità di restituire all’opera la propria leggibilità, colmando lacune e integrando dei nuovi elementi per aiutare gli spettatori a comprendere l’immagine originale. Un’opzione sicuramente più delicata, in quanto ogni aggiunta è soggetta all’interpretazione contemporanea dei restauratori.

Nel caso dell’angelo di San Lorenzo in Lucina invece, siamo di fronte ad una riscrittura consapevole. Lo stesso restauratore ha ammesso di aver trasformato il volto dell’angelo ispirandosi alla presidente del consiglio, dopo “averla vista in sogno”. Un altro elemento che rende tutto ancora più interessante è l’aver rappresentato una figura pubblica, una scelta che, per alcuni, finisce per attribuire alla decorazione – al di là delle intenzioni di Valentinetti – il valore di documentazione del presente, affiancandolo idealmente alla lunga tradizione iconografica del potere di Roma.

Nonostante ormai il volto sia stato rimosso, il nodo della discussione rimane centrale: conservare ciò che è arrivato fino a noi, accettandone le mancanze, oppure intervenire per renderlo più leggibile, rischiando però di intaccarne l’identità. Purtroppo è un quesito che da sempre ha attraversato la teoria e la pratica del restauro e che, ancora oggi, non trova una soluzione definitiva, destinato a rimanere un terreno di confronto irrisolto.