Come saranno le divise degli atleti per Milano-Cortina 2026

Alle Olimpiadi lo sport incontra il design e i kit nazionali diventano dichiarazioni estetiche. Dai grandi nomi del lusso all’artigianato identitario, le divise olimpiche raccontano una nuova idea di eleganza sportiva

Se le Olimpiadi sono da sempre il luogo dell’eccellenza atletica, l’edizione invernale di Milano-Cortina promette di essere anche un manifesto estetico. Dal 6 al 22 febbraio 2026, il cronometro correrà accanto all’immaginario visivo, e il gesto sportivo dialogherà con una sartorialità che non rinuncia alla poesia. Il risultato è un racconto corale in cui i grandi brand internazionali hanno già conquistato la medaglia dello stile.

Giocando in casa, l’Italia affida la propria immagine a Emporio Armani, che sceglie la via del candore assoluto. Il bianco domina come archetipo di purezza e rigore, evocando la geometria silenziosa delle vette alpine. Le divise EA7 rivelano una costruzione quasi couture: tagli netti, ricami tridimensionali, dettagli nascosti come il testo dell’Inno di Mameli custodito all’interno delle giacche. Un lusso misurato, che fa del minimalismo un atto di eleganza civile.

Gli Stati Uniti rispondono con la solidità iconica di Ralph Lauren, alla sua decima Olimpiade. Qui lo stile diventa racconto nazionale: per l’apertura, cappotti in lana e maglie intarsiate celebrano un “winter white” dal sapore heritage; per la chiusura, l’estetica vira verso un vintage anni Novanta, tra piumini color block e spirito après-ski. Un’America ottimista, consapevole della propria tradizione e pronta a reinventarla.

Tra le rivelazioni più sorprendenti, la Mongolia cattura l’attenzione con Goyol Cashmere. Le designer Michel & Amazonka reinterpretano il deel tradizionale in chiave contemporanea, utilizzando cashmere finissimo e seta. Le divise diventano così dispositivi culturali: portano l’artigianato ancestrale nel cuore di un evento globale, trasformando la cerimonia in un gesto di diplomazia estetica.

La Francia sceglie invece la nostalgia come chiave di lettura. Le Coq Sportif guarda agli anni Settanta con una palette di blu ghiaccio, crema e toni polverosi. Il tricolore si dissolve in un effetto spray, quasi una mappa topografica astratta, che restituisce al simbolo nazionale una dimensione grafica e contemporanea. Per la Gran Bretagna, Ben Sherman coniuga precisione tecnica e attitudine british. A fare la differenza sono gli accessori: sciarpe e cappelli disegnati a mano da Tom Daley, atleta e artigiano dell’uncinetto, che introduce un elemento intimo e umano nel protocollo olimpico. Il risultato è un equilibrio inaspettato tra bandiera e gesto manuale.

Il panorama si completa con una serie di variazioni sul tema. Il Canada, con Lululemon, trasforma la foglia d’acero in un segno macro su tessuti intelligenti, pensati per accompagnare l’atleta anche nel viaggio. Il Brasile affida a Moncler un’idea di lusso tecnico in bianco e avorio, più vicino alle vetrine di una capitale della moda che a un rifugio alpino. L’Australia recupera la memoria storica con Sportscraft, inserendo nella fodera i nomi di tutti gli olimpionici del passato, mentre la Norvegia riafferma la propria identità con Dale of Norway e i suoi maglioni in lana dai motivi geometrici, eco dei Giochi del 1956.

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