Da tempo immemore si parlava di un fantomatico Centro per la fotografia a Roma, ancora quando il festival di fotografia (2002-2017), sotto la direzione di Marco Delogu, era nel pieno del suo vigore e la fotografia era diventata un linguaggio che i romani avevano cominciato ad avvicinare con maggiore interesse. Ma poi l’idea si era rivelata un miraggio, fino allo scorso anno, quando all’ex Mattatoio di Testaccio si è visto aprire un cantiere per la riqualificazione e il restauro di uno dei suoi padiglioni, con l’intento di farne, effettivamente, la casa della fotografia di Roma, inaugurata lo scorso 29 gennaio.
Il Centro della Fotografia di Roma è inserito nell’ambizioso progetto di ricreare una sorta di cittadella dell’arte negli spazi dell’ex Mattatoio capitolino, gestita dall’Università di Roma Tre e Roma Capitale, fondatrici della Fondazione Mattatoio. La “Città delle Arti” include l’Università, l’Accademia di Belle Arti di Roma, lo spazio polifunzionale de La Pelanda, il Centro della Fotografia di Roma, i due padiglioni espositivi dell’ex Macro Testaccio e altri cantieri di riqualificazione sono tuttora aperti.



L’aspirazione della Fondazione Mattatoio, presieduta da Manuela Veronelli e amministrata da Umberto Marroni, è creare delle sinergie culturali, formative e di ricerca a più voci per restituire l’ex Mattatoio alla cittadinanza con una progettualità rinnovata e stimolante. L’inaugurazione del Centro della Fotografia di Roma ha dato il via a questo processo di rinnovamento con tre mostre, ognuna con il proprio peso specifico: Irving Penn. Photorgaphs 1939 – 2007. Capolavori dalla collazione della Maison européenne de la photographie di Parigi a cura di Alessandra Mauro, Pascal Hoël e Frédérique Dolivet, Silvia Camporesi. C’è un tempo e un luogo a cura di Federica Muzzarelli; e, infine, Corpi reali e corpi immaginati. Identità, appartenenza, costruzione di senso a cura di Daria Scolamacchia, nello specifico spazio denominato “Campo Visivo”, dedicato alla ricerca e alla sperimentazione. Dopo essere stato tanto atteso, il Centro appare come una splendida cornice, luccicante, maestoso nella sua architettura industriale riportata ai vecchi splendori, circa 1500 mq su due piani, in cui i dettagli lignei e di ferro industriale dialogano donando leggerezza e ariosità allo spazio. Se nell’aspetto le premesse appaiono molto promettenti, come anche nelle scelte progettuali delle mostre che l’hanno inaugurato, ci si chiede quale sarà la strada che questa magnifica e tanto desiderata casa della fotografia intraprenderà, si spera non solo come contenitore espositivo. Per capire un po’ di più del suo futuro abbiamo parlato con Umberto Marroni, Amministratore Delegato della Fondazione Mattatoio, il primo a credere nella necessità di questo polo culturale per la fotografia.






È da molti anni che era in cantiere la realizzazione del Centro della Fotografia di Roma. La stretta che ha portato alla sua inaugurazione è dipesa anche dai finanziamenti del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) di cui ha usufruito Roma Capitale?
Per la riqualificazione più estesa all’interno del Mattatoio, il progetto della Città delle Arti, ci sono in cantiere cinque progetti di riqualificazione e ristrutturazione che attingono ai fondi del PNRR, ma per il Centro della Fotografia di Roma non sono stati utilizzati quel tipo di fondi. I finanziamenti, invece, che hanno fatto nascere il Centro sono stati tutti direttamente sovvenzionati da Roma Capitale.
Ci racconta la travagliata storia politica e burocratica che ha portato a questa apertura?
Direi che è stata più una storia personale che politica. Nel 2011 ero Consigliere Comunale, capogruppo del Partito Democratico. Al tempo, Sindaco di Roma Capitale era Gianni Alemanno. La fotografia per me è sempre stata molto importante e feci una proposta di delibera per la realizzazione del centro che fu, infine, approvata. Dopo aver fatto la gara d’appalto si bloccò l’iter perché Roma Capitale entrò in una classificazione sismica diversa e le amministrazioni successive non riuscirono mai a fare un adeguamento del progetto, cosa che, invece, siamo riusciti a portare a termine con il Sindaco Roberto Gualtieri.
Quindi, in un certo senso, questo Centro è un po’ figlio suo…
In parte, anche se poi ci sono molte altre persone e Istituzioni che hanno contribuito alla sua nascita.
Prima mi diceva come i finanziamenti che hanno portato alla realizzazione del Centro siano da attribuire esclusivamente a Roma Capitale. Sono stati fatti dei bandi pubblici per l’assegnazione dei progetti espositivi che hanno inaugurato il Centro e dei loro curatori?
Non essendoci ancora una struttura di gestione ben definita, come delegato del Sindaco e Amministratore Delegato della Fondazione Mattatoio, mi sono occupato io della selezione dei progetti e di avviare un dialogo con i relativi curatori. È stato un onere che mi sono preso per far partire il prima possibile la progettualità di questo spazio. Sentivamo tutti la necessità di inaugurarlo velocemente, visto il tempo già trascorso.
C’è un’idea di base che ricongiunge le tre mostre?
Abbiamo inaugurato con un’idea strutturale ben chiara in mente: doveva esserci, assolutamente, una mostra internazionale, storica, come lo è, ovviamente, la retrospettiva su Irving Penn curata da Alessandra Mauro, Pascal Hoël e Frédérique Dolivet; una visione italiana, trovata nell’opera paesaggistica e documentaria di Silvia Camporesi a cura di Federica Muzzarelli; e, infine, una sezione più sperimentale e di linguaggi contemporanei, Campo Visivo, che attualmente ospita la mostra Corpi reali, corpi immaginati a cura di Daria Scolamacchia.






Ma oltre alle finalità espositive, come luogo di mostre, quali sono gli obiettivi del Centro relativamente alla ricerca, alla formazione, al dialogo con altre Istituzioni nazioni e internazionali, con l’Unione Europea…
Per quanto riguarda il dialogo con altre Istituzioni, è un esempio del lavoro che stiamo già svolgendo la collaborazione avviata con la Maison européenne de la photographie (MEP), in occasione della grande mostra su Irving Penn, le cui fotografie esposte provengono proprio dalla collezione del Centro per la fotografia di Parigi. Inoltre attiveremo, sicuramente, collaborazioni con Istituti di ricerca e scuole di fotografia. È importante creare una rete culturale e di sinergie dialogiche tra una pluralità di voci che possano trovare stimoli vicendevolmente. Dentro al Mattatoio, oltre all’Università di Roma Tre, ad esempio, c’è anche l’Accademia di Belle Arti, che ha al suo attivo diversi corsi di fotografia; vicino a noi, inoltre, c’è lo IED, la NABA, realtà con cui sicuramente avvieremo degli scambi formativi di collaborazione.
Come mai allora l’Accademia di Belle Arti di Roma è stata esclusa dai fondatori della Fondazione Mattatoio, che comprende Roma Capitale e l’Università di Roma Tre, e che sta a capo del progetto della “Città delle Arti” all’interno del Mattatoio?
Con Giuseppe Carmine Soriero, precedente presidente dell’Accademia di Belle Arti, avevamo pianificato di far risultare l’Accademia, all’interno della Fondazione, come “socio di diritto permanente”. Dopo che gli è subentrato Umberto Croppi, come nuovo presidente, le condizioni, da parte loro, sono cambiante, chiedendoci di risultare come “fondatore”. Su questo punto non abbiamo più raggiunto un accordo e la Fondazione è stata fatta senza la loro partecipazione, ma questo non preclude nuove collaborazioni e nuovi dialoghi.
FOTOGRAFIA | Festival Internazionale di Roma, ideato e diretto da Marco Delogu dal 2002 al 2017, commissionava, per ogni edizione, a un autore di fama, un lavoro fotografico su Roma. Questa raccolta di progetti è stata denominata Commissione Roma e fa parte delle collezioni di Roma Capitale. C’è in programma di creare uno spazio permanente per restituire alla cittadinanza questo monumentale patrimonio fotografico sulla città, visto che questa dovrebbe essere la “casa della fotografia di Roma”?
No, non è previsto di accogliere collezioni in maniera permanente, ma, in caso, pensiamo di usufruirne in occasione di esposizioni tematiche temporanee.
Attualmente il Centro di Fotografia non ha un direttore. È in previsione una nomina?
Per ora, come delegato del Sindaco, ho supplito io a quell’incarico; per il futuro, con la Fondazione, sicuramente decideremo di nominarne uno. Una persona che coordini il Centro, le sue attività e le sue mission, e che selezioni i progetti espositivi in dialogo con curatori sempre differenti, perché penso che il pluralismo di voci sia molto importante.
E la nomina avverrà tramite bando pubblico?
In questo momento non saprei dirlo. La Fondazione non è ancora totalmente operativa. È vero che ne sono l’Amministratore Delegato, ma ci sarà anche un Consiglio di Amministrazione.
Il Centro si avvale anche di una biblioteca. Con che idea e metodologia è stata creata?
Abbiamo acquisito dalla Fondazione Forma un fondo di 3000 volumi di fotografia, che penso possa essere un’ottima base da cui partire. Poi, ovviamente, tramite donazioni e nuove acquisizioni, la biblioteca si arricchirà. Vorremmo che fosse un punto di raccolta per la cittadinanza, per gli studenti che studiano al Mattatoio, per chiunque voglia visitarla


