Tra visione e suono, la realtà come esperienza soggettiva

Alla galleria Umberto Di Marino cinque artisti sfidano la percezione convenzionale del tempo, dello spazio e della natura

La realtà non è una somma oggettiva e ordinata di fatti, stabile e uguale per tutti. È qualcosa che viene vissuta in modo peculiare e non sempre logica, che si costruisce con l’esperienza ed è filtrata da percezioni, memorie, corpi ed emozioni personali, nonché dal contesto in cui si nasce, cresce e muore. Non è una somma di fatti, ma un modo di vita, la mostra collettiva in corso alla Galleria Umberto Di Marino a Napoli, nasce da queste consapevolezze e le proietta in un percorso espositivo che mette in discussione l’idea di una realtà stabile, misurabile e condivisa.

Le opere degli artisti esposti, con la loro capacità di aprire varchi, di rifuggire la semplice illustrazione del concetto, somigliano a crepe da cui filtra una luce, campi di possibilità e responsabilità che si manifestano quando qualcosa smette di funzionare. Sono cinque suggestioni che si muovono su traiettorie disorganiche, lasciando spazio a interpretazioni slegate e inattese; minando le logiche con cui definiamo il tempo organico, lo spazio contiguo e i valori come universali.

L’esposizione si sviluppa in tre sale, dove le opere invitano a guardare e ascoltare in modo nuovo. Colpisce subito la scelta di mantenere gli spazi poco illuminati, creando un ambiente raccolto che guida lo sguardo e amplifica l’esperienza sensoriale. La mostra si muove in un’atmosfera legata a percezioni e visioni, dove lo spettatore è chiamato a vivere un momento sospeso, quasi fuori dal tempo.

Questa sensazione è amplificata dall’opera sonora di Alberto Tadiello, MAQAM MIRAGE, che accompagna la mostra. Si tratta di un’elaborazione audio che allude a un vasto paesaggio inondato di luce, con suoni arabeggianti che crescono lentamente fino a un climax mai esploso, e poi si interrompono e scendono, generando un ritmo ondulatorio che sembra respirare con chi ascolta. La traccia, vagamente metallica e suadente, suggerisce un miraggio liquefatto dalla luce e dal calore, un’allucinazione  allettante ma anche spaesante, che accompagna lo spettatore in una visione altra, sospesa tra realtà e sogno.

Il nome stesso dell’opera richiama le sue radici concettuali: Maqam, in arabo, indica luogo o posizione ed è una modalità musicale che definisce toni e sviluppo di un brano; Mirage allude al miraggio del ghiaccio nel deserto, dell’acqua, dell’oasi, una dicotomia in cui la tensione tra desiderio e illusione si materializza in un’immagine. Così, suono e luce dialogano con lo spazio volutamente spoglio e con le opere esposte, creando un’esperienza sensoriale totale, in cui la percezione del tempo e dello spazio si dilata e si trasforma: si perde la nozione di quello che sta accadendo, come se ci si trovasse all’interno di un miraggio, di un sogno. Tadiello firma anche il primo lavoro di vede accedendo alla galleria: Untitled, una scultura in filo di ferro e pigmento spary che cattura lo sguardo per il suo essere leggera ma allo stesso tempo aggrovigliata e complessa.

Proseguendo si incontrano le fotografie di Darren Almond, il quale ha immortalato le cascate e i corsi d’acqua, immobilizzandoli nel loro movimento. La luce intensa e il blu profondo delle immagini trasformano la realtà naturale in paesaggi quasi minerali, ambienti sospesi tra il reale e il fantastico. Le cascate diventano cristalli luminosi, dettagli che sfuggono a una percezione immediata e suggeriscono una dimensione fantascientifica: un tempo che sembra fermarsi e nello stesso tempo continuare a scorrere.

Non si tratta solo di uno spettacolo estetico: dietro la luce teatrale si nasconde una riflessione critica sul rapporto tra uomo e natura. La foto di Almond si relaziona con quella di Sergio Vega, che immortala la foresta amazzonica in fiamme, disgregando l’immaginario stesso del paradiso, con una luce che attraversa il fumo e trasforma la catastrofe in immagine quasi cinematografica e teatrale, con un ambientazione surreale.

La fotografia, pur affascinante nella sua luminosità e composizione, porta con sé una storia di devastazione ambientale: gli incendi, spesso provocati per facilitare coltivazioni industriali di soia o mais, mostrano come l’intervento umano manipoli la natura, alterando ecosistemi e cicli di vita.

C’è una estetizzazione massima di un momento drammatico della distruzione di una delle risorse naturali più importanti per il pianeta. Entrambi gli artisti mostrano come ciò che appare attraente o spettacolare possa contenere una complessità drammatica: la bellezza non cancella il rischio, la luce non annulla la distruzione, al contrario inganna, ceca e cela.  Ciò che attrae può deviare, costringere a un confronto ambiguo tra desiderio di contemplazione e consapevolezza della catastrofe.

Nell’ultima stanza Anri Sala il tempo lo affronta come materia vischiosa in cui è immerso lo spazio modernista. Pensato come macchina razionale, diventa un organismo che si adatta, respira, si modifica e sopravvive alla sua funzione escatologica. Ogni riflesso, ogni ombra è forse deviazione di una strada che non mantiene la direzione, che produce nuove funzioni, imprime un altro ritmo e riscrive il contesto. Le sue fotografie esplorano gli edifici modernisti di Oscar Niemeyer a Belo Horizonte, in Brasile. Le immagini rompono la razionalità della costruzione architettonica: i piani e le superfici si moltiplicano attraverso i riflessi del vetro, confondendo gli elementi naturali con quelli architettonici e di design. La vegetazione sembra prendere il sopravvento su ferro, cemento e vetro, invertendo gerarchie percepite come solide e immodificabili e creando una visione instabile e complessa dello spazio costruito.

In dialogo con Sala, il video di Isadora Neves Marques esplora le prime rappresentazioni di Carlin Neos, il botanico settecentesco che classificava le specie naturali. Attraverso dettagli dei disegni e dei documenti, il lavoro mette in luce come già la scienza storica abbia manipolato la natura, in particolare nei riferimenti alla sessualità e alla riproduzione, anticipando le attuali questioni degli OGM e delle monocolture di mais e soia. Da vita a delle mappe che non guidano, ma evidenziano l’incrinarsi della vita dentro rigide coordinate moderne. Il video evidenzia la sovrapposizione tra naturale e artificiale, suggerendo che l’intervento umano sia da sempre parte integrante della definizione stessa di “natura”.

Il tempo, la storia, il sublime, la vita, il suono – filtrati dalle crepe di una narrazione guasta – diventano campi di possibilità: non una somma di fatti, ma un intreccio di deviazioni, di spazi inattesi, di previsioni mancate e di visioni retrospettive che costruiscono un modo di vita. La mostra lascia così allo spettatore la consapevolezza che la realtà non è mai neutra o unica, ma sempre trasformata dalle percezioni, dall’esperienza e dal punto di vista di chi la vive.

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