Un piccolo essere ibrido, a metà tra insetto e figura umana, si trascina lentamente su un pavimento di marmo vuoto. La luce è blu, serale, quasi artificiale, e avvolge la scena in un’atmosfera sospesa. L’immagine non è mai diretta: passa attraverso un enorme cubicolo di vetro smerigliato che rifrange, sfoca e moltiplica le forme. La visione è instabile, frammentata, come se allo sguardo fosse negato ogni punto di appoggio definitivo. Fin dall’inizio, Arash Nassiri introduce lo spettatore in un regime percettivo segnato dalla distorsione.
Inaugurata alla Chisenhale Gallery, A Bug’s Life rappresenta la prima mostra personale istituzionale dell’artista, nato a Teheran e oggi residente a Berlino. Il cuore del progetto è un film presentato all’interno di un’installazione scultorea che ne amplifica la carica simbolica. Il protagonista-insetto intraprende un percorso erratico all’interno di una villa monumentale di Los Angeles: uno spazio vasto, silenzioso, quasi ostile, in cui l’architettura domina la scena come una presenza aliena. Il racconto visivo procede per accumulo di sensazioni più che per narrazione lineare, restituendo un senso costante di disorientamento.

Il “Palazzo Persiano” come reliquia culturale
La villa che fa da scenario al film non è un luogo neutro. È un cosiddetto “Palazzo Persiano”, tipologia architettonica nata in Iran negli anni Sessanta e Settanta, durante il periodo di prosperità legato alla ricchezza petrolifera. Questi edifici mescolavano motivi iraniani con lo stile Impero francese, dando forma a un’estetica ibrida e ambiziosa. Dopo la rivoluzione del 1979, con la dispersione della popolazione iraniana verso l’Europa e il Nord America, alcune di queste architetture vennero ricostruite a Los Angeles da membri facoltosi della diaspora, come tentativo di preservare un’immagine idealizzata della patria perduta.
Secondo Nassiri, queste case nascono all’interno di una “bolla” culturale. I loro costruttori cercavano di aderire all’immaginario americano, ma restavano ai margini, esclusi dai codici dominanti del gusto e della cultura. Il risultato è quello che l’artista definisce un “collage libero”: America, antichità greco-romana e memoria iraniana si sovrappongono senza mai risolversi in una sintesi armonica. È una contraddizione che Nassiri considera profondamente significativa, perché riflette una relazione storica più ampia, fatta di attrazione e rifiuto reciproco, in cui Iran e Occidente si imitano e si respingono simultaneamente.
Archiviare ciò che sta per scomparire
Il lavoro sulle ville di Los Angeles nasce anche da un impulso documentario. Nassiri ha iniziato a filmarle con la consapevolezza della loro fragilità: molte di esse sono destinate a essere demolite per far posto a nuove costruzioni, cancellando così questi microstili architettonici e le storie che incarnano. A Bug’s Life assume allora il valore di un archivio poetico, un tentativo di trattenere immagini e spazi prima che vengano definitivamente inghiottiti dall’oblio urbano.
Il contrasto tra il corpo minuscolo e tremante dell’insetto e la scala sproporzionata dell’architettura costruisce una metafora potente. L’insetto incarna la condizione di chi vive una doppia, ambigua appartenenza: separato dalla terra d’origine, ma mai completamente integrato nel nuovo contesto. Una telefonata in lingua persiana, inserita nel film, rompe il silenzio e intensifica il senso di distanza, suggerendo che anche lo spazio domestico può trasformarsi in un luogo di estraneità.



