Un’arte consapevole, di cura e sopravvivenza

La pratica artistica di Alessandra Pasqua indaga un oggetto che smette di essere forma, per diventare dispositivo di responsabilità e relazione con l’altro

Il nostro mondo sembra fondarsi sulle simmetrie, lo studio della natura ce lo dimostra attraverso strutture ricorrenti come i frattali, in cui l’ordine si ripete e si riflette. Eppure, più ci si addentra nella comprensione dei fenomeni fondamentali, più emerge un paradosso affascinante: quello di una perfezione assoluta che non genera nulla, poiché non lascia spazio all’accadere. Se infatti le leggi dell’universo mirano all’armonia, è la loro costante perturbazione a innescare trasformazioni e rendere possibile la forma, il tempo, il divenire. In questa sintesi, di equilibrio e discontinuità, si innesta la ricerca artistica di Alessandra Pasqua. Una piega inattesa che si muove lungo il bordo dell’ordine per mostrare quanto sia fragile e, allo stesso tempo, quanto sia fertile la sua rottura. In tal senso, laddove la simmetria rassicura e chiude, l’artista introduce una tensione visiva che disturba l’armonia delle cose, per far emergere l’energia vitale contenuta nella discontinuità, senza legarsi necessariamente ad un’unica identità.

Un background nell’ingegneria edile e nel design e una curiosità istintiva per l’arte avvicinano Pasqua, che ha studiato pittura alla Central Saint Martins di Londra, inizialmente a un segno immediato, di matrice espressionista. Successivamente, il bisogno di incarnare lo spazio oltre i limiti della superficie bidimensionale della tela la conduce naturalmente verso la scultura, linguaggio più affine alla sua visione. «Dipingendo – spiega – non riuscivo a visualizzare il tridimensionale e di conseguenza ho cominciato a modellare oggetti tridimensionali, iniziando ad andare in fonderia con mio zio, l’artista romano Giampietro Pasqua, oggi scomparso, dove ho appreso la lavorazione dei metalli come bronzo e alluminio con la tecnica della cera persa, che ormai pratico da più di dieci anni».

Nel 2022 fonda a Roma Wanderart, atelier contemporaneo di arte e collectible design, laboratorio di ricerca aperta e collaborativa che si nutre di sperimentazione continua, accettando l’errore e l’imprevisto come parti integranti del processo: non più solo sculture da contemplare, ma oggetti che coesistono in uno spazio narrativo e curatoriale. Nella crescita artistica emerge progressivamente una dimensione di consapevolezza che va oltre l’esplorazione formale e tecnica. Il lavoro sui materiali e il confronto diretto con i processi produttivi diventano infatti il punto di partenza di una riflessione più ampia, di natura politica, sociale e ambientale, che accompagna e trasforma la sua pratica nel tempo e in cui si inserisce il racconto di un’evoluzione professionale e personale.

«Nel 2004 lavoravo come ingegnere in una società in cui la sostenibilità ambientale era un valore centrale – racconta. Tuttavia, non avevo ancora maturato la percezione del nostro posto nel mondo. Oggi, nel momento in cui mi rapporto con i metalli e attraverso tutte le fasi del processo produttivo, sono pienamente cosciente del loro impatto ambientale e del fatto che spesso si tratta di un procedimento con una carbon footprint molto elevata: da qui, l’urgenza di portare avanti ricerche per abbassare l’impronta carbonica, cambiando alcuni passi del processo di fusione, e la scelta di impiegare materiali da riciclo, anche i metalli, o a basso impatto, come il micelio. Inoltre, sto brevettando un materiale nuovo a base di calce, dalle alte prestazioni meccaniche, che ho sviluppato con l’Università la Sapienza di Roma e che ricicla e valorizza i fanghi di travertino delle cave di Guidonia. Lo userò nei miei prossimi lavori».

La poetica dell’artista si delinea attorno un rapporto intimo con la materia, non riducibile a una funzione puramente espressiva, ma specchio e coautrice di un percorso interiore assai più profondo. «Il mio sviluppo personale negli ultimi anni mi ha portato verso lavori simbolici, quali sono gli ultimi – TRAY – e quali sono i progetti nuovi che attualmente sto sviluppando. Gli studi più recenti sono di matrice antropologica e spirituale, volti a indagare i simboli che abitano dentro di noi. Il metallo da fusione mi affascina per la sua duttilità, ma possiede anche una precisa estetica: è freddo, pesante, e a livello psicologico mi grava. L’ho scelto in un periodo in cui mi sentivo interiormente in questo modo. Con il tempo, però, ho attraversato una trasformazione, e per me la trasformazione implica anche la scelta di materiali diversi».

Nei suoi lavori, perennemente in continuo divenire, il colore è un potente veicolo emotivo, che amplifica il significato della forma. Così, i coloratissimi Soundmakers – rosa, rossi, blu, verde, bianchi – realizzati dal 2021 in alluminio fuso e poi dipinti, si presentano come piccole creazioni organiche aperte e attraversabili dalla luce e dagli stimoli esterni, suggerendo una visione mutativa dell’esperienza umana. Riuniti, gli elementi orientano semanticamente una geografia collettiva che entra in risonanza con chi osserva, coinvolgendo lo spettatore non solo visivamente ma anche sensorialmente.

«Queste sculture sono visualizzazioni di protrusioni emotive – chiarisce l’artista – ferite, megafoni, bocche che emettono urli muti». Le forme sporgono prepotentemente dalle pareti, interrompono l’equilibrio, perché troppo intense per restare confinate. In questa dinamica, la scultura agisce come un archivio percettivo che non parla con una voce propria, ma registra e rimanda indietro il rumore interiore di chi la incontra, rendendo l’osservatore parte attiva del processo. Integrando suono e luce, l’installazione We will be light, concepita in occasione della Milano Design Week nel 2025, include pezzi dei Soundmakers: fenditure e squarci definiscono il senso meccanicistico dell’uomo in una suggestione lirica ed esperienziale che evoca la ricerca di Luce nel nostro tempo. L’opera è integrata da una traccia sonora, che l’artista chiama un “rumore di fondo della specie umana”, applausi, rumori di strada, di cantieri, vagiti di bambini.

«Solamente trasformando le nostre ferite in qualcosa di migliore possiamo accorgerci di dove siamo» – commenta Pasqua. Ad essere messa in scena è dunque una condizione contemporanea in cui la lacerazione è il punto di partenza di una possibile illuminazione: la luce non arriva nonostante le ferite, ma attraverso di esse. L’indagine sull’essere umano prosegue nel ciclo Humanity Edition (Umanetti), entità giocose eseguite dal 2021 in alluminio con la tecnica antica della fusione a staffa, che si interrogano sul senso dell’identità e sul modo di relazionarsi con l’ambiente: «Sono forme che sfuggono e contengono – suggerisce – che vogliono esser viste e far parte di un insieme e traggono conforto dal contatto affettivo condiviso». Fusi a cera persa in bronzo in patina nera i Tombolini di dolore, la cui produzione è iniziata nel 2020, sono invece esseri compressi, avvolti in fasce emotive che delimitano il sé preservandone l’integrità e che – continua l’artista – «aiutano il fruitore a una presa di coscienza sensibile, a un risveglio».

Tra le altre potenti tematiche esplorate in opere più recenti – in The woman trestle o in Bride of Quietness –  fertilità, prosperità e spiritualità: morfologie ibride, esuberanze proteiformi e intrecci di contorni allungati ricordano all’uomo la propria appartenenza alla Natura, di cui troppo spesso sembra dimenticarsi. Così, Yellow Tree e Morphogenetic Cage reinterpretano le sbarre di contenimento radicale degli alberi, le cosiddette gabbie “salva alberi”, e diventano potente metafora dell’antropizzazione contemporanea: spazi pensati per il passaggio e non per la permanenza, corpi sospesi costretti alla precarietà, relitti di un’umanità ormai in disuso. Le Iron Distancing, create a partire dal 2024, si inseriscono in questo scenario come dispositivi scultorei indossabili che materializzano le gabbie invisibili del quotidiano, attivando una riflessione sulla dialettica tra libertà e costrizione inscritta nei corpi.

Una delle ultime ricerche orientate alla dimensione simbolica è TRAY, insieme di oggetti dichiaratamente (dis)funzionali sviluppati a partire dal 2021 e presentati in una recente mostra curata da Valentina Ciarallo a Roma. Ogni elemento della serie nasce dal recupero e dalla trasformazione di un vassoio da pasticceria, oggetto domestico e collettivo per eccellenza, destinato originariamente all’atto del servire: la capitalizzazione del titolo sottrae il termine al suo uso quotidiano e lo trasforma in una categoria concettuale.

«Su ciascun vassoio – descrive –  vi sono frasi in corsivo che ho scritto personalmente a mano, che sono state poi scansionate e infine incise e smaltate. La costruzione sintattica assume un ruolo essenziale nel definirne il tono percepito». In questo modo costruzioni come “All that is lost, is not lost. All is part of me”, “They all have disappointed you” registrano una sequenza di oscillazioni interiori che rimangono impresse sulla superficie, tracce permanenti difficilmente trascurabili determinano un gesto dell’offrire che viene radicalmente riformulato. Il vassoio, privato della sua funzione originaria di supporto e offerta, ma diventa strumento simbolico e affettivo: non serve più un contenuto materiale, ma si fa esso stesso contenuto d’esposizione di una parola fragile, di un pensiero che non chiede di essere consumato.

Da questa prospettiva, il servire non coincide con il soddisfare un bisogno immediato, ma con l’assumersi la responsabilità di sostenere ciò che è emotivamente carico, ed è proprio in questa sospensione funzionale che risiede la forza di queste opere. Come una stele che conserva un testamento, questi lavori custodiscono un’eredità immateriale: la possibilità di comprendere l’altro senza dominarlo, senza smetterne di portarne il peso, anche quando il vassoio sembra – semanticamente e apparentemente – privo di contenuto. Ciò che sostiene allora, è una responsabilità che non si esaurisce nell’eco di ciò che resta ma persiste e (sopra) vive nel gesto stesso della cura.


Le opere di Alessandra Pasqua saranno presentate nella mostra CAGE/OUT a cura di Valentina Ciarallo presso la sede di Inside Art, dal 19 al 21 febbraio 2026.