Quanto è politica l’arte di Silvia Bigi? È politica nella sua veste più intima, leggibile tra le righe della memoria, che l’artista indaga partendo spesso dalla sua storia privata per poi abbracciare panorami collettivi e concetti che vanno a intaccare l’ordine precostituito delle cose. Come nel lavoro L’albero del latte in cui Bigi genera un contro-codice, una contronarrazione, un’anti-memoria, come ama definirla lei, che va a rendersi alternativa sensibile al tradizionale Kanun, canone balcanico di leggi attraverso cui la donna viene relegata ad un ruolo di evidente marginalità e subordinazione. Il moto ribelle di Bigi è il perno della sua opera, la sua delicata opposizione alle logiche dominanti mette in campo saperi, prospettive e percezioni diversificate, come in Camille, dove il contributo dell’olfatto porta indietro l’uomo alla memoria antica, a delle immagini sensoriali che vanno oltre la fotografia.

La tua ricerca artistica è il risultato di processi di stratificazioni e contaminazioni, sia concettuali che tecniche. Quali sono, nello specifico, i nuclei tematici portanti del tuo lavoro?
In generale, uso la mia pratica per sovvertire logiche e regole dominanti: per me è uno spazio di libertà. Se dovessi rintracciare i tratti comuni del mio lavoro, partirei dall’ossessione per l’immagine e dalla riflessione sulla sua natura culturale e ideologica. Ho spesso indagato, ad esempio, il concetto di prospettiva, il modo in cui quella rinascimentale si sia tradotta nel fotografico e abbia ridefinito il nostro sguardo sul mondo. Un altro tema ricorrente è quello delle soggettività marginalizzate, in particolare delle voci femminili e dissidenti, silenziate da forme di violenza visibili o invisibili.
Un altro tuo concetto portante è anche quello di memoria collettiva.
Sì, per me l’utilizzo degli archivi è fondamentale, sia quelli storici, che raccontano più direttamente la dimensione collettiva, sia il mio, dal carattere personale. Il mio lavoro è infatti una costante tensione tra queste due dimensioni: il collettivo e il privato.
Le tue opere più datate, come ad esempio From dust you came (and to dust you shall return), seguivano un processo figurativamente più lineare dal tuo archivio privato al concetto di memoria collettiva. Nelle tue opere recenti la riconoscibilità della tua storia personale è meno evidente.
Credo che anche nelle opere più recenti siano presenti entrambe le dimensioni, e che quella tensione a cui accennavo continui a riaffiorare. Tuttavia, a partire da Are You Nobody, Too?, essa si è spinta altrove: l’ipertesto, intessuto delle parole di scrittrici e poetesse che prestano voce a Irma, mia prozia, genera un corpo collettivo che propaga la mia storia individuale fino a ridurla a traccia lontana, quasi un’eco. In questo scarto, la biografia personale si decostruisce per aprirsi a una coralità che eccede e disloca il soggetto.
Cicatrici è uno dei tuoi lavori più personali, ma è anche emblema di come rielabori le immagini per farle diventare altro.
Cicatrici nasce dal bisogno di dare luce a un evento che ha segnato radicalmente la mia vita, e del quale, paradossalmente, non conservo alcun ricordo diretto: l’incidente aereo in cui rimase coinvolto mio padre il 10 agosto 1985, quando avevo appena due mesi e mezzo. L’opera prende forma come un’indagine sulla memoria e sulla sua natura frammentaria: un processo che si muove tra documenti, testimonianze, fotografie e installazioni, orbitando attorno a un’immagine mancante, quella del mio ricordo personale. In questo percorso ho rintracciato i resti dell’aereo nel bosco, trasformando quel ritrovamento in ricerca estetica. Trattati come reliquie, quei frammenti sono diventati sculture, presenze materiali attraverso cui interrogare il tempo: il modo in cui esso sedimenta sulle cose, le trasforma, e al contempo condiziona la loro rappresentazione visiva.

La matrice del tuo lavoro, inizialmente, era fotografica. Come è evoluta nel tempo fino a portarti all’attuale espressività contaminata?
A me interessa la fotografia non tanto come atto di creazione di immagini, ma il suo essere linguaggio, alfabeto, il suo valore interpretativo. Con il tempo, poi, ho scoperto anche altre forme espressive, come ad esempio la scrittura, o più semplicemente la parola, che nelle mie ultime opere sta diventando importantissima. Il testo che recita Irma in Are You Nobody, Too?, ad esempio, che ha richiesto una ricerca letteraria approfondita, ha un valore preponderante. Recentemente, l’alfabeto tecnologico ha assunto un ruolo centrale nella mia pratica: non cerco immagini perfette, ma quei momenti in cui la macchina fallisce, dove l’intelligenza artificiale mostra i suoi limiti, come è successo nel 2020 per urtümliches Bild, per la cui realizzazione ho utilizzato una GAN (Generative Adversarial Network).
L’algoritmo, allora ancora poco performante e incapace di rispondere ai miei input volutamente astratti, produceva immagini inattese, eccedenti le mie intenzioni iniziali. È proprio da quell’“errore” generativo che è emersa la qualità perturbante e poetica del lavoro. Oggi, con l’evoluzione rapidissima delle intelligenze artificiali, sempre più raffinate, quella stessa possibilità di fallimento creativo, quell’attrito tra richiesta e risultato, tende a scomparire. Per questo motivo, un’opera come Urtümliches Bild non potrebbe più nascere nelle condizioni attuali: era figlia di un momento specifico, di una frizione irripetibile tra ineffabile umano e limite tecnologico.

Come la tua ultima opera, Camille, si inserisce in questo tuo processo evolutivo tramite le nuove tecnologie?
Camille nasce nel 2019 dal mio interesse per i processi inquisitoriali, esplorati attraverso gli Archivi di Stato. Ho scoperto la storia di cinque donne, tutte chiamate Camilla, condannate per stregoneria tra XVI e XVII secolo: il loro nome si fa, nel lavoro, gioco di rievocazioni (le Camille di Donna Haraway) e insieme simbolo della violenza storica e sistemica subita dalle donne. Il loro sapere erboristico ha orientato la dimensione botanica dell’opera, presente sia visivamente sia sensorialmente. Con l’intelligenza artificiale ho generato immagini modulari che ibridano erbari storici e testi processuali, stampate su carta da parati e tessuti per evocare l’ambiente domestico e l’isolamento delle donne nei secoli. L’installazione comprende inoltre un oggetto olfattivo, realizzato con cinque piante marginali e molecole sintetiche, che permea lo spazio trasformando la memoria in esperienza corporea. In Camille si intrecciano parola, linguaggio, tecnologia e saperi rimossi, configurando una pratica interdisciplinare che decostruisce le narrazioni dominanti e rievoca storie dimenticate, intrecciando passato, presente e futuro.
Il tuo è un lavoro politico?
Credo che esista una forma di arte dichiaratamente politica, ma non è la direzione in cui si muove il mio lavoro. Ciò che porto avanti è piuttosto un atto di disobbedienza: un sovvertimento della narrazione tradizionale che genera una tensione costante tra sfera privata e dimensione collettiva. In questo senso il mio lavoro si iscrive in quello spazio in cui il personale si rivela già politico, senza bisogno di esplicitarsi.
ARE YOU NOBODY, TOO?
Silvia Bigi è solita attivare il suo processo creativo attraverso un qualcosa di familiare, di privato, per poi espandere la sua riflessione su un concetto di memoria collettiva. Così ha fatto anche per l’opera vincitrice del secondo premio del Talent Prize, Are You Nobody, Too?, prendendo a prestito una fotografia della sua prozia, Irma, allontanata dalla storia familiare dell’autrice perché mentalmente fragile. Con l’utilizzo di un software di intelligenza artificiale l’artista restituisce la voce alla donna, facendole riprendere vita attraverso le parole di poetesse e scrittrici del passato, che per storia e sensibilità risultano affini con la fragilità umana di Irma. Il volto non definito della prozia di Bigi, animato da una moltitudine di altre donne, perde così la sua valenza privata e diventa, a tutti gli effetti, un baluardo di memoria, una bandiera contro le cancellazioni della storia.

Chi è Silvia Bigi
1985 Nasce a Ravenna
2012 Comincia a insegnare in istituzioni pubbliche e private, tra cui l’Istituto Italiano di Fotografia e il MUFOCO, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo
2018 Partecipa alla mostra Engaged, active, aware: women’s perspective now, vince il Lucie Award – Best Exhibition
2022 Vince il Premio Francesco Fabbri per le Arti 2022 e la borsa di ricerca dell’Italian Council 12
2024 Si unisce, dopo aver lavorato come docente all’Academy of Fine Arts di Macerata, alla facoltà di LABA, la Free Academy of Fine Arts di Brescia, nel programma fotografico coordinato da Mauro Zanchi



