Nel glossario condiviso, talvolta limitato – e limitante – della pittura contemporanea, la formula “tra astrazione e figurazione” designa uno spettro molto ampio di possibilità formali, accomunate tra loro, seppur con diversi gradi di parentela, da un’identità mediana e non del tutto risolta a favore di uno dei due estremi. Nei termini della chimica dei materiali, la condizione a cui si assiste in casistiche simili è quella del passaggio di stato, della transizione dalla solidità della figura certa e riconoscibile alla liquidità o gassosità che si registra invece in assenza di un rapporto univoco tra significante e significato: se in determinate occasioni la superficie pittorica è contrassegnata da una messa a fuoco selettiva su zone e dettagli particolari – e di conseguenza, dall’“anestesia locale” di porzioni incompiute e abbozzate – in altri casi è invece l’intera area del quadro a stabilizzarsi su un livello embrionale di figurazione.
Nella ricerca di Rudy Cremonini accade esattamente questo. Dal 16 ottobre al 23 dicembre 2025, il pittore bolognese, classe 1981, è presente a Roma, nella galleria di Francesca Antonini, con una serie di nuovi lavori ispirati a un recente viaggio in Cina. Epifania, o il tempo di una sigaretta è il titolo della seconda personale di Cremonini in galleria: a poco più di tre anni di distanza da Capriccio, l’artista torna nello spazio di via Capo Le Case per offrire una testimonianza sul tempo, sull’istante e sulle pari opportunità da esso concesse al sacro e al profano. Nell’istante, infatti, si consuma tanto l’apparizione del divino – e il termine epifania va a indicare, come precisato da Damiano Gullì nel testo critico che accompagna la mostra, la “manifestazione della divinità in forma visibile” – quanto una gestualità del tutto laica – fumare una sigaretta, per l’appunto.

E se completare un quadro, come è ovvio, non è certo questione di istanti, è altrettanto vero che Cremonini, tanto in fase di realizzazione quanto nell’esito terminale, tenta di accogliere, per quanto possibile, la provvisorietà, impedendo la coagulazione di una forma definitiva, strutturata in un disegno dai contorni netti, inequivocabili e dati, limitando – e di molto – la propria quota di arbitrio: “io scelgo veramente poco nel mio lavoro – confessava, già nel 2019, a Gullì – non scelgo l’immagine da dipingere, quasi non scelgo i colori e non scelgo nemmeno il livello di astrazione da raggiungere”.
La – parziale, sia chiaro – abdicazione della ragione e del progetto si traduce, sul piano estetico, nella convivenza di campiture piatte e addensamenti locali di materia aggettante, nell’adozione di un tratto compendiario, svelto e onesto. Nel caso di un preciso corpus di opere, anche in una tavolozza ristretta, costruita secondo la logica della variazionesul tono, degli scarti minimi di saturazione e dell’azione di un cursore ben puntato su una dominante verde, attenuata nella sua purezza da costanti incursioni della scala di grigi. Nelle ninfee di bastava il contrario, ad esempio,Cremonini lascia bene a vista delle colate di nero; in caduta muta, da un osservatorio rialzato e a debita distanza, pennellate rapide emergono dalla superficie come petali (o altre ninfee); e il pattern geometrico (una ringhiera o una vetrata?) che compare sia in Fiero che in Contare i passanti è una griglia geometrica fondata su un patto tra colori che non temono di contaminarsi.

A confondersi, poi, ne Il mio campo avversario, anche le stesse regole di rappresentazione: nella parte alta del quadro, che sovrasta un campo sportivo – se Velasco Vitali è specialista della terra rossa, Cremonini pare più a suo agio sul cemento, o forse sull’erba – l’artista sovverte la successione classica dei piani, “allontanando” gli alberi in primo piano e “avvicinando” il cielo sullo sfondo.
In un secondo ciclo di lavori, collocato nei pressi dell’entrata della galleria, l’artista offre poi una variazione sul tema con cinque tele dedicate all’incarnazione e all’oggettistica rituale d’oriente. Le statuette votive affiorano da un fondale che, eccezion fatta per la quinta incarnazione, è sempre rosso – e la cui identità resta un mistero (è parete o panneggio?) – e spingono fino ai confini della reciproca indistinzione il rapporto tra figura e sfondo – la perfetta simmetria della terza incarnazione, ad esempio, ha tutte le carte in regola per un test di Rorschach – che, per dirla con Jason Gaiger (Philosophy of Painting, 2022) è il “requisito minimo per una visione rappresentativa”.
info: francescaantonini.it


