In più di un punto la ricerca eterogenea e ricurva di Guglielmo Maggini incrocia il Barocco. Gli artisti lo fanno: srotolare la storia sul tavolo dell’eterno presente. Romano è romano infatti, architetto pure. E il movimento seicentesco diventa una grammatica, forse inconscia, sicuro fondante. Ma. «C’è un Barocco – sottolinea Maggini – definito da un ritmo: costante susseguirsi di fenditure, di concavo e convesso, una cadenza fra l’alto e il basso come un movimento vitale; quell’avvicendarsi fa parte di me. E poi c’è un Barocco – continua – legato a un’idea di mistificazione: opposto al vero che nasconde qualcosa sotto uno sfoggio tecnico di una espressività sopra le righe; questo invece è distante dalla mia pratica».

Titano Mio, lavoro vincitore del Talent Prize 2025, può spiegare il concetto di fedeltà personale a una forma e un materiale. In ceramica e resina, sotto forma di un bouquet esploso composto da vari elementi verticali stratificati singolarmente a mo’ di totem, l’opera è a conti fatti un ricalco di un dato reale. Calchi, infatti, letteralmente: il lavoro raccoglie forme realizzate da stampi in gesso dismessi per ceramiche da colaggio. Nato per invito di Spazio Taverna alla XXVII Biennale di Gubbio, il gruppo scultoreo è il risultato di un mese di residenza nella città all’interno della storica manifattura Fumanti, giunta alla quarta generazione di artigiani.
«Nella bottega – racconta Maggini – hanno un set di stampi in gesso, molti dismessi e conservati in magazzino. C’è stato un lavoro di rilettura dei pezzi archiviati, guidato dalla curiosità di riportare al presente queste forme dimenticate: riaprirle come sarcofaghi e immaginare come sarebbero stati quei vuoti pieni di nuovo. Tutti i gessi scelti riportano imperfezioni, disguidi che il tempo produce, dopo tutti questi anni di inattività e di silenzio gli esiti erano imprevisti, a volte sono stati drammatici». Maggini con i Fumanti, ha colato poi l’argilla nei calchi selezionati riportando al presente le forme dei padri forse mai viste dai figli.


La composizione finale nel suo equilibrio indeciso e d’aria quasi metafisica è un atto di fiducia nei materiali. «Il risultato era imprevedibile, riportare le forme in vita significava affidarsi alla materia, a quello che permette e quello che nega: la materia detta. La resina è arrivata in un secondo momento: un collante per fissare i punti di raccordo fra le forme. Mi piaceva creare un dialogo: tra padri e figli, e tra ceramica come memoria storica e resine come memoria industriale».
Dal 2018 la produzione di Maggini, subito dopo il periodo newyorkese affianco di Gaetano Pesce si concentrava su materiali sintetici, forme pop, e forte cromatismo: «Credo che il colore mi abbia aiutato a cogliere lo sguardo dell’altro, era più gridato con dei rimandi al gioco e all’ironia». In una ricerca in corso verso una voce personale, queste esplosioni cromatiche cedono il passo a un accento spostato forse sulla forma lasciando un colore meno urlato. «Credo – conferma Maggini – che quella stagione si sia conclusa: non è una rinuncia al colore. Nel rosa mi riconosco, mi permette di entrare con delicatezza nel mondo delle forme, di attivare sensi e sensualità senza diventare troppo esplicito, è un colore che suggerisce e mi suggerisce ricordi».

E rosa infatti è il lavoro in collezione permanente dal 2024 sullo scalone di ingresso al MIC di Faenza diretto da Claudia Casali e realizzato grazie al bando “Per Chi Crea” della SIAE. Stairing, questo il titolo, è una lunga colata rosa di ceramica e resina, nell’andamento sinuoso rompe la rigida perpendicolarità delle scale e pare inchinarsi alla fine della discesa di fronte al Nero e oro di Burri, maestro delle plastiche. Nel rapporto tra scultura e architettura, dentro il contrasto tra curve e linee, e nella confusione tra alto e basso torna la grammatica barocca.
«La dinamica tra il salire e lo scendere – sottolinea Maggini – era presente anche in Rogo di ricordi arancioni: l’ascensione delle fiamme in resina lasciava collassare la materia ceramica dei ricordi abbandonandola alla cenere. In un’epoca vettoriale poi un vettore costa meno di una curva: è l’economia di un gesto. C’è anche un aspetto sociologico: in periodi storici di grande incertezza nel futuro, le forme curve prendono il sopravvento. Nelle linee rette c’è il rigore, l’ortogonalità, il patriarcato, basta guardare all’architettura dei totalitarismi; in quelle curve c’è un universo femminile fatto di accoglienza e a queste ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno di essere rassicurati».
Questa linea anti classica esplicita in Estasi di berniniana memoria è protagonista anche nei disegni dell’artista, e tanto più importante se consideriamo che proprio negli schizzi si reifica un’espressione diretta, senza filtri: più sincera. «Il disegno – racconta Maggini – è prima di tutto uno strumento grazie al quale certe cose escono, rotolano fuori dalla testa appoggiandosi sul foglio. È il primo approccio a un’idea e come tale è istintivo, nel lavoro che lo segue provo a non perdere questa pulsione e riportare quell’istintualità nel corpo al corpo con la materia. Nel suo essere diretto il bozzetto ha un nucleo di sincerità molto forte, qui il gesto viene prima della composizione e l’azione prevale sul pensiero».


Ritroviamo così sulla carta la linea barocca a piegare le forme, ad accettare forme diverse dalla propria nel suo schivare il tratto ortogonale e definitivo; incrociamo di nuovo i colori, a volte urlati, e stesi in contrasto con presenze subumane, scure e inquietanti come gli spettri che abitano i lavori di Munch. E la sincerità del disegno si ricollega alla fedeltà della materia in grado di farsi ricalco del reale ma anche di parlare di se stessa. Questo è il caso delle lastre in resina esposte nella prima personale dell’artista Iosansebastiano da pianobi a Roma. Qui, nel consueto dialogo tra scultura e architettura, il materiale sintetico trova un’apparente sincerità nella trasparenza, la superficie trattata con pigmenti fluorescenti, una volta al buio, rivela invece un’altra faccia altrimenti nascosta ma non per questo meno sincera. «Nel discorso sul colore – aggiunge Maggini – le lastre trasparenti sono un tentativo di far parlare più la materia, di metterla a nudo».
Nello spazio i lavori sembrano brandelli di pelle, parti di corpo: «Lavoro – conclude – molto sul mio ombelico alla fin fine, su tutto ciò che viene dalla mia pancia. Ombelico soprattutto nel senso di relazione: è la prima testimonianza della fusione con un altro corpo. Questa forma di contatto provo a rievocarla attraverso i materiali nella speranza che ricordi qualcosa che abbiamo tutti vissuto. È anche uno slancio verso un mondo un po’ più bello, più empatico, fuso, condiviso di quello che viviamo ora». E tra i raccordi sintetici nelle ceramiche, nell’azione suggerita tra le scale, oltre la trasparenza sincera dei materiali si agita una tensione, una sensibilità vibrante che sembra chiedere continuamente una propria forma.


Titano Mio
Titano Mio è un gruppo scultoreo realizzato in ceramica smaltata e resina. La forma dei vari elementi è tratta da stampi in gesso dismessi appartenenti alla famiglia di artigiani eugubini, Fumanti, dove Maggini ha compiuto un mese di residenza nel 2023. Nel lavoro l’artista intrappola varie istanze temporali: formali e materiche. Nei materiali scelti infatti si inscena un dialogo fra il tempo industriale delle resine e quello più antico delle ceramiche. Formalmente invece vengono riportati al presente calchi da tempo inutilizzati realizzati dalla prima generazione dei Fumanti.
«Il titolo – racconta Maggini – è collegato alla cosmogonia dei titani, antichi padri imprigionati nel Tartaro, sotto terra. Riportare alla luce, è stata questa l’intenzione, forme silenti». Si susseguono così elementi appartenuti a un passato ceramico scomparso come ombrelliere, mascheroni, caminiere e bugnati. Il lavoro è stato realizzato per invito di Ludovico Pratesi e Marco Bassan di Spazio Taverna per la XXVII Biennale di Gubbio ed esposto poi nel Palazzo Ducale della città.
Chi è Guglielmo Maggini
1992 – Nasce a Roma
2015 – Si laurea in Architettura all’Università degli Studi di Roma Tre; si trasferisce a Londra e consegue un master in Arti Visive al Camberwell College of Arts
2021 – Espone nella mostra alla GAM di Roma Materia Nova, curata da Massimo Mininni, con l’artist-run space Post-ex
2023 – Finalista Under 35 al Premio Faenza; personale Come il vento nelle case, z2o Sara Zanin Gallery; partecipa alla 27esima Biennale di Gubbio curata da Spazio Taverna
2024 – Stairing, opera site-specific realizzata sulla grande scalinata del Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, entra ufficialmente a far parte della collezione permanente del museo



