Al Corner del MAXXI una mostra che indaga le forme della notte

Supervisionata da Luca Lo Pinto, "Quanto buio serve per vedere" è la rassegna curata al MAXXI dal collettivo curatoriale della Luiss Business School

La mostra Quanto buio serve per vedere, in esposizione al corner MAXXI, è curata da ventitré studenti della Luiss Business School, sotto la supervisione scientifica di Luca Lo Pinto, e indaga vari temi racchiusi nel concetto di notte. Il progetto – che si svolge ogni anno a conclusione del Master in Art Management – quest’anno nasce da una riflessione basilare, che si è evoluta e consolidata grazie alle opere scelte. La mostra raccoglie dieci artisti, tra cui i finalisti del Premio Internazionale Generazione Contemporanea, il concorso organizzato dall’università aperto ad artisti under 35.

In mostra è esposta la pratica artistica di Giulia Marchi, che ha una forte impronta letteraria. L’opera Fluxus, che nasce dal brano Luna di Pomeriggio di Italo Calvino, è composta da ventiquattro polaroid che ritraggono la Luna durante le varie fasi: le foto, scattate di notte, esplorano il tema di quanto il buio serva effettivamente per vedere quello che la luce del Sole nasconde.

The Cloud (France) di Leandro Erlich esplora invece il confine tra la percezione soggettiva e la natura dell’oggetto. L’opera consiste in una teca all’interno della quale sono sovrapposte numerose lastre di vetro che riproducono l’immagine di una nuvola. All’interno della mostra rappresenta la parte mutevole della notte che, a seconda di chi la guarda, assume una forma e un significato diverso, proprio come una nuvola.

L’opera di Michel Auder si iscrive perfettamente nella pratica dell’artista, che ha registrato quasi ossessivamente varie scene di vita di persone a lui care. Narcolepsy si presenta come un’esperienza onirica composta da vari frame che ruotano intorno alla figura di una giovane donna addormentata: attraverso la sovrimpressione dei vari frame il filmato si trasforma in uno scorrere di visioni, proprio come accade nei sogni.

Casse-Pipe di Elisabetta Benassi introduce nella mostra il concetto di buio come momento di crisi profonda. L’opera è costituita da due accendini zippo che riportano due frasi: “Our aim is wakefullness” e “Our enemy is dreamless sleep”; l’opera rivela la profonda crisi valoriale odierna, che rifiuta un bisogno basilare come il riposo in favore della massima produttività.

I LIKE YOU A LOT… di Nicola Gobbetto presenta due telecamere che, invece di sorvegliare la stanza, si osservano. L’opera rivela i meccanismi della società contemporanea, in cui l’interazione avviene principalmente attraverso la tecnologia, ma richiama la base della comunicazione interpersonale: lo sguardo.

Coerenti con la sua pratica artistica, le tre foto di Mattia Zoppellaro della serie Dirty Dancing,ritraggono momenti che catturano l’essenza dei rave come dimensioni alterate, sospese nel tempo; è proprio questo il nesso con la mostra: come il rave, la notte è un territorio poroso, libero, dove i confini tra individuo e collettivo si allentano.

In dialogo con le foto di Zoppellaro, Fiorucci Made Me Hardcore di Mark Leckey mostra la scena underground britannica, dai Northern Soul Club degli anni settanta fino ai rave degli anni novanta. L’opera restituisce la notte come spazio di aggregazione e trasformazione, in cui i corpi e la musica danno vita ad una forma di rituale condiviso.

Lucia Cantò, vincitrice del premio con 10 Years Before Me, riflette sulla possibilità di aprirsi alla conoscenza dell’altro. L’opera presenta delle scarpe d’ottone appoggiate su dei cuscini in cotone. Questi oggetti quotidiani, appartenuti per dieci anni ad una persona cara all’artista, evocano un tentativo di trattenere il suo ricordo, ormai accessibile solo attraverso il sogno.

Untitled (Reflector Series) di Friedrich Andreoni presenta dei riflettori recuperati da vecchie torce. Nonostante siano stati privati dalla loro fonte di luce, conservano la memoria di quello che erano, intercettando bagliori naturali o artificiali del luogo che li ospita. In questo senso l’opera rivela come solo nel buio si manifestano delle forme che la luce diretta cancellerebbe. 

La pratica di Maria Di Stefano indaga l’equilibrio tra identità ed appartenenza; A Man’s Shadow and a Scooter, foto realizzata durante una passeggiata notturna a Tokyo, mette in scena un momento sospeso: tra le due fonti di luce – una proveniente dall’interno di una casa e l’altra da un led sulla strada – il buio diventa protagonista e invita l’osservatore ad abituare il proprio sguardo alla e a tutte le sue possibilità.

La mostra sarà visitabile fino all’11 gennaio 2026.

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