La settima edizione di Made in LA, in corso all’Hammer Museum fino al 1° marzo 2026, si inserisce in un momento delicato per la città, ma sceglie un registro sobrio, lontano da toni enfatici o da letture univoche del presente. Dopo mesi attraversati da emergenze ambientali e tensioni sociali, in un anno che ha preso il via ciò che l’allora presidente Biden aveva definito un «disastro senza precedenti» in riferimento agli incendi boschivi, la biennale sembra osservare il contesto con cautela, lasciando che le opere traccino connessioni sottili tra esperienza personale, memoria urbana e trasformazioni in atto.

L’allestimento si apre con un ritorno al passato: le riproduzioni dei murales Eye on ’84 di Alonzo Davis, realizzati per le Olimpiadi del 1984, accolgono il visitatore con un immaginario colorato e simbolico. Cuori, occhi e cerchi olimpici compongono una visione fiduciosa della città, mentre nelle sale successive alcune opere intercettano più direttamente il clima dell’ultimo anno, ma senza trasformarlo in manifesto. Patrick Martinez interviene sullo spazio con un linguaggio che attinge ai graffiti e alla storia del muralismo, costruendo superfici segnate, frammentate, attraversate da riferimenti al paesaggio urbano e agli eventi recenti.

Un tono diverso emerge nell’installazione di Amanda Ross-Ho, Untitled Thresholds (FOUR SEASONS) (2025), dove la dimensione privata diventa chiave di lettura del tempo. Le quattro porte monumentali, decorate con un accumulo dissonante di elementi festivi e simboli della cultura pop, parlano di cicli, sovrapposizioni e passaggi. L’ironia visiva non cancella una riflessione più ampia sulla memoria, sull’invecchiamento e sulla necessità di fare i conti con ciò che resta.
Accanto a queste voci, Made in LA 2025 include anche artisti storici della scena locale. Le fotografie e le sculture di Pat O’Neill introducono una presenza più contemplativa, mentre Bruce Yonemoto, con Broken Fences (2025), utilizza immagini d’archivio per interrogare il rapporto tra rappresentazione e realtà. Il suo lavoro richiama episodi del Novecento senza forzare parallelismi, affidandosi alla forza silenziosa delle immagini. Nel complesso, la biennale si presenta come una mappa aperta della produzione artistica legata a Los Angeles: eterogenea, stratificata, priva di un centro unico.



