Galleria Continua e il corpo del segno di Adel Abdessemed

Una costellazione di disegni, figure sacre e nature morte inaugura la nuova primavera della sede romana della galleria

Galleria Continua inaugura una nuova stagione della propria storia romana con la personale di Adel Abdessemed, segnando un ritorno significativo nel panorama culturale della capitale. Con Primavera Romana, l’artista francese di orgine berbera attraversa la città come un regista contemporaneo che prova a ricomporre frammenti di mondo.

Un ampio nucleo di disegni che spaziano dalla dimensione intima ai grandi formati, costituiscono una delle traiettorie più incisive del lavoro di Abdessemed, rivelano la natura ambivalente del suo sguardo, capace di osservare ciò che pulsa sotto la superficie delle cose e che sembra sempre sul punto di bruciare. Quello che ne scaturisce è un lavoro dalle molteplici letture: «Adel riesce a scegliere elementi di una bellezza seducente che si scontrano con l’occhio intimo che abbiamo, fiori, frutti e icone di una tradizione visiva che parla a tutti, nonostante la cristianità molto presente» spiega la direttrice della sede parigina della galleria Giusy Ragosa. In questo modo, ciò che a un primo sguardo sembra familiare, rassicurante, persino intimo, viene attraversato da una tensione che ne rivela il rovescio: la fragilità, la violenza latente, l’energia pronta a trasformarsi.

L’artista attinge a un lessico iconografico universale, che parla a tutti e che precede le appartenenze, pur dialogando costantemente con la tradizione cristiana, un patrimonio visivo che continua a modellare l’immaginario europeo, anche quando lo si crede distante. E non si limita a citarlo: lo smonta, lo attraversa, lo riposiziona. Le sue figure sacre, i suoi animali simbolici, i suoi fiori perfetti e minacciati diventano specchi che rimandano a ciascuno di noi qualcosa di intimo, spesso rimosso. Tra i simboli più importanti, il melograno: «questo frutto è per me molto importante. Nel mio paese, alla nascita, la placenta si sotterra vicino a un albero di melograno».

I suoi disegni sono pitture ridotte all’essenziale, opere in cui la sottrazione dei mezzi amplifica la presenza del soggetto. In questi fogli vive una tensione che non appartiene soltanto alla rappresentazione, ma a una dimensione metafisica, una spiritualità che non coincide con la religione ma che ne attraversa le tracce. «Se vogliamo definire quello che sono rispetto alla religione se voi potreste dirmelo sarei felice perché sono un artista». Il sacro si spoglia della sua liturgia e si manifesta come esperienza, come inquietudine, come domanda. Più che rappresentare la religione, Adel ne interroga ciò che resta: è una spiritualità laica, carnale, fatta di potenza e fragilità. Una spiritualità che si sottrae a ogni definizione, ma che riconosciamo immediatamente quando la incontriamo.

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