Entrare nell’ex chiesa di Sant’Agnese, nel cuore del centro storico di Padova, significa attraversare una soglia di tempo. La luce filtra dall’alto come una voce antica, le pareti romaniche respirano ancora il ritmo lento della preghiera, ma ciò che accade oggi tra queste mura appartiene a un’altra dimensione: quella del presente che osserva il passato, e del contemporaneo che ne abita la memoria senza temerla. Qui e Ora non è soltanto il titolo della mostra, ma un invito a considerare come il tempo possa trasformarsi quando arte, spazio e sguardo si incontrano. Non un appello alla contemplazione, ma una sollecitazione più concreta: guardare con attenzione ciò che sta accadendo davanti a noi, riconoscendo che ogni opera, in questo luogo, attiva una relazione che supera la cronologia.

In questo contesto, l’incontro tra la collezione AGIVERONA di Anna e Giorgio Fasol e quella della Fondazione Alberto Peruzzo diventa più di un’operazione curatoriale: diventa un esperimento su ciò che accade quando opere nate in epoche e condizioni diverse vengono introdotte in un luogo che porta con sé quasi mille anni di storia. La spiritualità evocata dalla mostra non è un tema imposto, ma un effetto laterale della frizione tra arti, epoche e architetture.
La scelta di far dialogare due collezioni non nasce dalla volontà di proporre una panoramica sulla contemporaneità, né di celebrare un canone prestabilito. Al contrario, ciò che emerge è la ricerca di una zona di contatto: uno spazio in cui il concetto di “sacro” possa essere interpretato come tensione, come domanda, come sensibilità. Non si tratta di sacro in senso religioso – la chiesa stessa è sconsacrata- ma si tratta di qualcosa che insiste sulla dimensione essenziale dell’esperienza: il gesto, il segno, la trasformazione.


La navata centrale accoglie sette opere provenienti dalla Collezione AGIVERONA. Installazioni e video trovano posto nell’architettura romanica non come oggetti da osservare ma come presenze che modificano la percezione dello spazio. Perfoming Time di Ivan Moudov è una delle opere che meglio raccontano questa relazione. Moudov riflette sulla natura soggettiva del tempo, su come ciascuno lo viva secondo il proprio ritmo. In una chiesa che per secoli ha scandito le ore della giornata, la sua opera crea un cortocircuito interessante: ci ricorda che la misura del tempo non è fissa, ma dipende da come scegliamo di viverlo. Accanto a lui, i lavori di Nari Ward, Giovanni Ozzola, Jacopo Mazzonelli aggiungono altre sfumature: c’è chi lavora sulla luce, chi sulla memoria dei luoghi, chi sulla materia e l’idea del paesaggio interiore. Insieme costruiscono un dialogo semplice ma efficace, in cui ogni opera contribuisce a ridisegnare l’esperienza della navata.


Nell’ex sacrestia il discorso cambia tono. Le opere della Collezione Peruzzo riportano il visitatore nel Novecento, nelle sue molte forme di spiritualità e di ricerca interiore. I linguaggi visionari di Chagall, le architetture di de Chirico, le fisicità di Nitsch, i simboli di Kounellis mostrano come il secolo scorso abbia affrontato l’idea di sacro in modi sempre nuovi e spesso sorprendenti. Le opere di Alberto Garutti, poi, riportano il discorso al presente, ricordando che l’arte può attivare relazioni e rendere significativo anche ciò che appartiene alla vita quotidiana. In uno spazio come la sacrestia, queste opere sembrano interrogare ciò che resta della spiritualità nel mondo di oggi.
Qui e Ora mostra come il contemporaneo possa dialogare con la storia senza sovrastare e senza esserne intimorito. è una mostra che invita ad osservare, più che a interpretare, e che restituisce al visitatore un tempo diverso: più lento, più attento, più aperto alla possibilità che ogni opera – e ogni sguardo – possa diventare un piccolo punto di incontro tra passato e presente.


